Il Web 2.0: Un'ipo(tesi) critica.
coldandugly - mercoledì, 08 ottobre 2008 - 16:53 - commenti (7)

Premessa

Questo non è esattamente un blog, quindi non vi aspettate ulteriori aggiornamenti o comunque non a breve tempo. I commenti sono ben accetti e lo saranno ancor di più se contribuiranno al discorso.

Introduzione

A sette anni dallo scoppio della bolla speculativa delle dot.com, il web sembra vivere una seconda giovinezza all’insegna di tanti nuovi strumenti per socializzare, comunicare o scambiare informazioni. Il web sta diventando sempre più, non solo una sorta di computer universale ma anche un medium universale. Se per McLuhan il “medium è il messaggio” il web è la sua morte, combinazione di video, testo, suono e immagini allo stesso tempo fruibili su supporti diversi come computer, televisori e cellulari: il medium quindi non è più il messaggio. Dall’invenzione della stampa i media sono stati fatti per le masse, mentre il medium web è fatto dalle masse per la masse. Tutto questo sta scatenando una serie di forze contrapposte molto diverse tra di loro. Da una parte nuove e vecchie utopie legate alla rete, dall’altra il ritorno (se mai c’è stato l’abbandono) d’interessi commerciali. Molti sono propensi a tagliare i fili con il passato del web definendo tutto questo “Web 2.0”, come se non ci fosse stata una naturale evoluzione ma bensì una fenice rinata dalle ceneri della bolla delle dot.com. Il “Web 2.0” porta con se: valori, come la partecipazione attiva degli utenti alle dinamiche del nuovo medium e la sua successiva democratizzazione, in piena contrapposizione con i modelli mediatici broadcaster che rilegavano lo spettatore al ruolo di fruitore passivo; utopie, come liberare la cultura dagli interessi commerciali rendendola di dominio pubblico; ed infine miti, come la “saggezza delle folle” secondo cui l’interazione di molti garantita attraverso l’interconnessione, arrivi a produrre risultati che nessun insieme di professionisti possa mai sperare. Tutto questo è condivisibile e apprezzabile ma finisce con il creare un diffuso sentimento di fiducia verso il medium, dimenticando che dietro i giganti buoni che rendono oggi possibile tali dinamiche, si nascondono (ma neanche troppo) imprese con un unico obiettivo: produrre in qualche modo profitto. Il “Web 2.0” sembra uno slogan ben riuscito, che sotto l’ala protettiva di utopie, miti e valori condivisi, ha messo in piedi una macchina in grado di canalizzare l’intelligenza collettiva e di mettere al lavoro a costo “zero” un’intera generazione d’utenti.
Nel primo capitolo di questo lavoro, si cercherà di dare una definizione all’etichetta “Web 2.0”. L’obiettivo è dimostrare come dietro l’aura che circonda tale etichetta ci sia in realtà molta retorica e poca sostanza. Quindi, è realmente possibile parlare di “Web 2.0”? Oppure tutto ciò a cui stiamo assistendo non è altro che la naturale evoluzione del media? Del resto cercare di definire con passi quantici (“Web 1.0”, “Web 2.0”, “Web 3.0”) qualche cosa che evolve in modo continuo su più fronti tra di loro intersecati è estremamente fuorviante. Se del resto pensiamo a tecnologie come la televisione, il sistema e gli apparati di oggi sono enormemente diversi da quelli di ieri, ma a nessuno è venuto in mente di definire fasi uno, due o tre. Quindi cosa c’è dietro al “Web 2.0”? Secondo i suoi promotori sarebbe frutto dello zeitgeist (spirito del tempo), mentre secondo i critici di questa visione sarebbe solo l’ennesimo tentativo di creare hype (un grande interesse) intorno ad una tecnologia uscita con le ossa rotte dalla sua prima crisi. Sono però tutti concordi su un punto, oggi il web sta dando maggiore centralità al ruolo dell’utente attraverso la cosiddetta filosofia dell’User-Centered Design”, letteralmente: mettere al centro di tutto (anche nella creazione dei contenuti) ogni singolo utente. Si può dire che l’”User-Centered Design” porta con sè molti vantaggi, ma anche altrettanti effetti collaterali.
Nella seconda parte di questo lavoro, saranno analizzati i singoli oggetti dell’“User-centered Design”, in particolare: i mezzi attraverso i quali viene garantita la partecipazione diretta degli utenti alle dinamiche di rete; il libero riutilizzo di contenuti e codice (“Remixability”); la loro creazione da parte degli utenti (“User-generated Content”).
Nel secondo capitolo saranno analizzati i mezzi attraverso i quali viene concretizzata la partecipazione dell’utente alle dinamiche della rete. In particolare i blog, i wiki, la folksonomy e i social network. L’obiettivo, secondo i promotori del “Web 2.0”, è che il web deve essere solo lo strumento per permettere agli utenti di partecipare e condividere informazioni tra di loro, concretizzando quindi l’idea di un “Intelligenza Collettiva”.
Non sono pochi però gli ostacoli ed i limiti che possono minare la partecipazione degli utenti. Del resto non pochi studiosi sono scettici circa l’idea di riconoscere nel web, l’incarnazione del concetto di “Intelligenza Collettiva”. Per cui bisogna chiedersi se i mezzi che il web mette oggi a disposizione, riescano ad incarnare in pieno il concetto d’intelligenza collettiva. Oppure se i limiti intriseci ed estrinseci di ognuno di essi ne mini i fondamenti alla base. Secondo Nielsen, ad esempio, l’intelligenza non sarebbe “collettiva” bensì “connettiva”. Cioè il web riuscirebbe al massimo ad interconnettere le intelligenze le quali connesse tra di loro potrebbero cooperare comunitariamente al raggiungimento di un obiettivo. La differenza tra le due ideologie non è di poco conto in quanto, l’intelligenza collettiva si basa su un assunto fondamentale e cioè la “saggezza delle folle”. Sarebbe a dire che creato il contenitore, la massa sarebbe poi in grado di riempirlo con contenuti adeguati e, per la legge dei grandi numeri, l’interazione di molti produrrebbe risultati paragonabili a quelli di professionisti dei contenuti, il tutto senza che nessuno abbia univocamente il controllo del processo di produzione. Nel caso dell’intelligenza connettiva, mentre l’assunto di fondo è che il web sia solo lo strumento grazie al quale interconnettere le intelligenze solo mantenendo forme di controllo sulla produzione si può sperare che il risultato finale sia adeguato. La diatriba che ne nasce è tra due modelli mediali, il primo di tipo orizzontale il secondo di tipo top-down. Bisogna capire quindi, se i modelli orizzontali siano in grado di raggiungere vette di qualità almeno paragonabili a quelle dei professionisti dei media. Quindi, le domande a cui si cercherà di rispondere, sono: il citizem journalism della blogsfera è affidabile? Esiste realmente in quanto fenomeno? Oppure è semplicemente l’ennesima iniezione di retorica? Wikipedia è realmente paragonabile ad un enciclopedia redatta da professionisti? Oppure è semplicemente una miniera d’errori? Le tassonomie collettive (ovvero le folksonomy), sono un modo efficace di categorizzare i contenuti? Oppure al più sono il miglior disordine possibile? Infine, sarà analizzato il fenomeno dei social network, veri catalizzatori della partecipazione degli utenti sul web. Ma cosa si nasconde dietro il successo di questi nuovi canali di socializzazione? Secondo i promotori, il successo sarebbe dovuto alla volontà degli utenti di superare i limiti geo-fisici della socializzazione e sfruttare l’immensità della rete per creare nuove relazioni. Tuttavia secondo i critici, il successo sarebbe dovuto alla scomparsa dei luoghi fisici tradizionali della socializzazione a favore di vetrine virtuali in cui esporre il proprio corpo. Quali sono quindi le conseguenze delle vetrinizzazione del proprio “essere”? In più, quali sono i pericoli della diffusione di così tante informazioni personali che siamo costretti ma anche disposti a riversare su questi network?
Nel terzo capitolo sarà analizzata la filosofia della “Remixability”, cioè la tendenza dei produttori di contenuti a rilasciare le proprie opere secondo modalità che ne permettono il remix, cioè la libera realizzazione di opere derivate. La “Remixability” diviene possibile grazie all’uso, da parte dei produttori di contenuti o di applicativi, di licenze di copyleft che si differenziano da quelle di copyright per il fatto che tendono a rilasciare gratuitamente parte dei diritti sull’opera. L’intenzione è quella di evitare i problemi che le attuali leggi sul copyright creano per la diffusione e la condivisione delle cultura. Infatti le leggi a tutela del copyright con le continue proroghe dei termini entro il quale un’opera diventi pubblica, impedisco di fatto la possibilità che tali opere diventino in tempi ragionevoli di dominio pubblico. Ovviamente gli intenti sono più che condivisibili, tuttavia il rischio è che il bacino di contenuti basati sul copyleft diventi materia prima, a cui le aziende possono attingere a piene mani a costo “zero”, dove gli utenti dal canto loro mettono la creatività, il lavoro, il tempo e in fine anche i soldi acquistando dalle imprese qualcosa distribuito come libero da qualcun altro. Bisogna quindi chiedersi: cosa si nasconde dietro le fondazioni no-profit che promuovono il copyleft? Quali sono i rischi che gli utenti corrono adottando questa forma di tutela? E’ veramente efficaci? Tutelano in pieno gli autori? Successivamente, sarà affrontato l’ormai storica diatriba che vede contrapposte due ideologie: quella dell’Open Sources basata sul copyleft contro quella del Closed Sources basata sul copyright. Da una parte forti ideologie, dall’altra forti interessi economici. Secondo i promotori del copyleft, l’Open Sources in quanto frutto della “saggezza delle folle” sarebbe superiore al closed. L’obiettivo è quello di analizzare i limiti dell’Open Sources e di confutare se effettivamente sia un modello vincente e sostenibile.
Nel quarto capitolo sarà analizzata la “User-generated Content”, ossia tutto quello che circola in rete creato direttamente dagli utenti. La libertà che sta dietro all’idea di “contenuti generati dall’utente” porta con se un problema da non sottovalutare e cioè, il controllo del contenuto e l’affidabilità dello stesso. Oggi molti utenti effettuano operazioni basandosi sulle opinioni che si trovano in rete, come comprare un prodotto in virtù di un feedback positivo su Ciao.it, costruire l’itinerario delle proprie vacanze in base alle esperienze di altri viaggiatori lette su Expedia.it, sono tutti comportamenti ormai standardizzati. Ma come mai siamo propensi a fidarci delle opinioni di perfetti sconosciuti? E’ una fiducia fondata? Oggi il marketing sembra aver fiutato l’affare: utilizzare il meccanismo dell’UGC sotto mentite spoglie per la promozione di prodotti. In fine, i siti basati sull’UGC quasi sempre offrono i propri servizi gratuitamente, non bisogna dimenticare che dietro i giganti dell’UGC come ad esempio YouTube, si nascondono società che in qualche punto della catena devono realizzare qualche forma di profitto. Dopo le dot.com molti parlano di dot.communist, società che utilizzano la filosofia liberal-comunista del “tutto gratuito” per spingere milioni di utenti a produrre contenuti a costo “zero”. Quindi, come generano profitto queste società? Sono modelli di business sostenibili oppure dobbiamo aspettarci una nuova crisi della net-economy?

Capitolo 1. Che cos’è il “web 2.0”

Il termine “Web 2.0” compare per la prima volta il 5 ottobre 2005 all’Hotel Nikko di San Francisco come titolo di una serie di conferenze dell’O’Reilly Media (una casa editrice orientata ai nuovi media): “Web 2.0 Conference”. Il 2005 sembra l’anno della svolta per il web, eppure solo quattro anni prima veniva ormai dato per spacciato. Il 2001 è l’anno dello scoppio della bolla delle dot-com, che veniva alimentata dalla fiducia nel futuro, nella tecnologia, nell'interconnessione e nel progresso economico. Apparentemente però, già prima il destino di queste numerose aziende era chiaro: con la stessa rapidità e voracità con cui avevano invaso i mercati finanziari, ora molte di esse stavano chiudendo. A molti questo era apparso come l’inizio della fine del web, secondo altri si trattava del tipico segnale che aveva dato il via a tutte le rivoluzioni tecnologiche: boom, crisi e poi una fenice nascente dalle proprie ceneri.
Quelli dell’O’Reilly Media, notarono come non solo, a distanza di quattro anni, il web non fosse collassato, ma stesse vivendo un momento di frizzante vitalità che vedeva sbocciare continuamente siti e applicazioni, conclusero (in modo piuttosto arbitrario) che si stesse assistendo a un momento di svolta della storia di Internet, un nuovo modo di concepire la rete, che definirono “Web 2.0”.
Su una cosa però avevano sicuramente ragione, il web era sopravvissuto allo scoppio della bolla delle dot-com e la strombazzata “morte della rete” non si era verificata. Infatti secondo i dati forniti da Netcraft, celebre osservatorio sui server web, il web stava vivendo una seconda giovinezza. Infatti, nell’Agosto del 2005 esistevano circa 70'000'000 di siti, una crescita esponenziale se paragonata ai precedenti rilevamenti: Aprile 1997 (1 Milione); Febbraio 2000 (10 Milioni); Maggio 2004 (50 Milioni) . La consacrazione finale della rinascita della rete, si ebbe con il riconoscimento da parte del “Time” nel 2006 dell’utente del web come “persona dell’anno” .
Sono passati tre anni da quando Dale Dougherty (general manager dell’O’Reilly Media) per primo ipotizzò l’esistenza di un “Web 2.0” e, nonostante il termine abbia raggiunto la più ampia diffusione e popolarità, esistono ancora opinioni discordanti in proposito. Alcuni non condividono questa visione della storia del web ed altri, offuscati dalla retorica, ne fraintendono il significato.
Vediamo allora cos’è il “Web 2.0” partendo dalla prima definizione prodotta da Tim O’Reilly, fondatore dell’O’Reilly Media.
In una prima opera di semplificazione del concetto, Tim O’Reilly procedette con lo stilare una lista d’esempi concreti che, secondo O’Reilly, mostravano una maggiore rottura col passato:

Tabella 1 – Evoluzione da “Web 1.0” a “Web 2.0”
   

Web 1.0
 
Web 2.0
DoubleClick
-->
Google AdSense
Ofoto
-->
Flickr
Akamai
-->
BitTorrent
mp3.com
-->
Napster
Britannica Online
-->
Wikipedia
personal websites
-->
blogging
evite
-->
upcoming.org and EVDB
domain name speculation
-->
search engine optimization
page views
-->
cost per click
screen scraping
-->
web services
publishing
-->
participation
content management systems
-->
wikis
directories (taxonomy)
-->
tagging ("folksonomy")
stickiness
-->
syndication
Fonte: www.oreillynet.com/lpt/a/6228
L’idea di fondo, secondo O’Reilly, è che da un punto di vista tecnologico il “Web 2.0” sarebbe del tutto equivalente al “Web 1.0” in quanto l’infrastruttura della rete continua ad essere costituita dai medesimi protocolli (TCP/IP e HTTP) e le tecnologie e i linguaggi utilizzati rimangono sostanzialmente gli stessi. La differenza quindi, sarebbe nel tipo di approccio che gli utenti hanno verso la rete, che passa dalla semplice consultazione alla possibilità di contribuire con contenuti propri. Quindi per O’Reilly, la grande novità alla base del “Web 2.0” risiederebbe nell’abbandono di modelli editoriali top-down, cioè dove i contenuti vengono prodotti dall’alto e fruiti passivamente dagli utenti, a favore di un modello orizzontale dove gli utenti sono allo stesso tempo produttori e fruitori dei contenuti. O’Reilly, in questa prima fase, sembra dimenticare che il carattere collaborativo e partecipativo dell’utenza sulla rete non è esattamente un fatto nuovo, anzi, partecipazione e collaborazione dell’utenza sono proprio gli elementi che hanno garantito la poderosa crescita e lo sviluppo della rete. La partecipazione attiva degli utenti alla produzione dei contenuti e un attività naturale della rete e non un nuovo approccio ad essa. Sempre O’Reilly, ha successivamente fornito una definizione di “Web 2.0” più compatta, ma ancora discutibile:

“Web 2.0 is the business revolution in the computer industry caused by the move to the internet as platform, and an attempt to understand the rules for success on that new platform. Chief among those rules is this: Build applications that harness network effects to get better the more people use them.”
(radar.oreilly.com/2006/12/web-20-compact-definition-tryi.html)

Secondo questa prospettiva, il “Web 2.0”, sarebbe un modello di business dove ogni sito web punterebbe a realizzare applicazioni web-orientend (quindi non istallate sulla propria macchina), con lo scopo di generare una presenza continuata e attiva degli utenti da trasformare successivamente in profitto economico.
Anche in questo caso O’Reilly sembra dimenticare che ciò che ha consentito ai giganti dell’era 1.0 (cioè nel periodo precedente al Web 2.0) di sopravvivere e di rinascere dopo lo scoppio della bolla della new economy, è stato proprio l’aver intuito l’importanza dell’interazione sociale e soprattutto, l’aver imbrigliato, incanalato e sfruttato l’intelligenza collettiva. In quest’ottica, il “Web 2.0” avrebbe poco o nulla di diverso dal suo predecessore (cioè il “Web 1.0”). Pensiamo ad alcuni giganti dell’era “1.0”: Yahoo! nacque come un elenco di link, una sorta di “pagine gialle” del web, frutto del lavoro di migliaia di utenti; Google, ha raggiunto il suo successo tramite l’invenzione del PageRank che offre risultati più efficaci perché basati sulla struttura dei link nella rete, quindi delle scelte di migliaia (se non milioni) di gestori di siti web e non solo; Ebay è strettamente il frutto dell’interazione, seppur commerciale, di un elevato numero di utenti, il servizio consiste nell’offrire un luogo grazie al quale tale attività possa essere svolta; Amazon produce gli stessi contenuti dei suoi concorrenti, ciò che gli permette (e gli ha permesso) di polverizzare la concorrenza è l’aver dato un ruolo da protagonista al proprio utente/cliente che può commentare i prodotti in vendita, fidelizzando così l’utente e vincendo la competizione sul piano della popolarità.
La “business revolution” con la quale O’Reilly cerca di giustificare un “Web 2.0” è sempre stata insita nella cultura del web. Siti come Yahoo!, Google, Ebay, Amazon, non sono figli del “Web 2.0” ma sono preesistiti ad esso. La data di fondazione di molti di questi siti e del loro “business plan”, risale agli albori del web.
Nonostante i presupposti, l’etichetta “Web 2.0” ha avuto un successo straordinario, oggi molti siti si autodefiniscono “2.0” nonostante nessuno abbia ben chiaro cosa significhi.
Spesso poi per avvalorare il carattere di novità del “Web 2.0” vengono tirate in ballo alcune nuove (o presunte tali) tecnologie (divenute poi anche “fenomeno sociale”), come ad esempio il sistema dei Feed RSS o ATOM. Il Feed è un sistema che permette agli utenti di importare i contenuti di un determinato sito sul proprio computer o sulle proprie pagine web. Quello che i promotori del “Web 2.0” forse dimenticano, è che il formato RSS è stato introdotto per la prima volta da Netscape nel 1999, quindi in piena era “1.0”. In più i Feed altro non sono che un protocollo basato su XML, linguaggio esistente si dal 1998. Altra tecnologia sbandierata ai quattro venti è il linguaggio AJAX. Il linguaggio AJAX è un insieme di JavaScript ed XML utile per creare applicazioni web oriented dinamiche che non necessitano del ricaricamento della pagina per la ricezione di nuovi dati. Si può tranquillamente dire che tale funzionalità esiste sin dal 1996, cioè da quando la Microsoft con il suo “Internet Explorer” introdusse l’elemento IFRAME e la possibilità di caricare dati in modo asincrono, cioè senza dover ricaricare la pagina.
Secondo Trebor Scholz il “Web 2.0” sarebbe l’ennesima bolla fraudolenta utile solo a convincere gli investitori. Scholz sintetizza molto bene il suo pensiero con una battuta:

“It's just like McDonald's re-stacking their greasy beef layers to sell an entirely new product every 6 month”
(lists.thing.net/pipermail/idc/2006-May/000399.html)

Il “Web 2.0” quindi, sarebbe una sorta di slogan per presentare come nuove cose che non lo sono ed attirare quindi investitori pronti a rilevare le start-up del “Web 2.0”, approccio del resto che ha fatto la fortuna di siti come YouTube acquistato dal colosso Google per 1,65 Miliardi di Dollari nel 2006.
Secondo Nicholas Carr “una delle caratteristiche fondamentali del Web 2.0 è la distribuzione della produzione nelle mani di tanti e la concentrazione dei ricavi economici nelle mani di pochi” . Secondo Carr la retorica della partecipazione, alla base della filosofia del “Web 2.0”, nasconderebbe in realtà la volontà delle imprese di attingere a piene mani dalla manovalanza a costo zero. Ci sono buoni motivi per credere che, con l’arrivo di modelli di business più spinti, l’utenza carpirà tali meccanismi e l’era della partecipazione pro bono volgerà burrascosamente a termine. Infatti non è un caso se molti servizi stanno adottando delle soluzioni di micro-pagamenti per monetizzare l’”User Generated Content” condividendo parte degli introiti (pochi) con l’utenza proprio per evitare la possibile futura fuga di massa.
Sette anni fa la new-economy è collassata su sé stessa nel giro di pochi mesi a causa di investimenti poco oculati e iniziative azzardate nel settore dell'e-commerce. Secondo John Dvorak “nella storia della tecnologia si possono individuare cicli regolari che portano a crisi del settore: prima ancora della bolla delle dot-com, c'era stata la bolla dei CD-ROM, della guerra del software, dei programmi per la produttività personale e dei PC cloni IBM-compatibili” (www.pcmag.com/article2/0,1895,2164136,00.asp). Tutte speculazioni caratterizzate da un qualche genere di collasso, con conseguenti contraccolpi per l'economia e la società. La prossima bolla ad esplodere sarà quella del “Web 2.0” e Dvorak non ha dubbi, sarà un'esplosione senza precedenti. Il web, secondo Dvorak, ancora una volta sta commettendo gli stessi errori della prima new-economy, anche se la nuova frontiera della speculazione nell’era “2.0” si contraddistingue per l’abbandono da parte delle start-up di modelli puramente finanziari. I nuovi modelli di profitto sono verso i contenuti generati dagli utenti, anche se nessuno ha ancora capito bene come monetizzarli ed è proprio la persistenza di questi modelli di business fantasiosi che porterà a crisi il settore.
La speculazione che ruota intorno al “Web 2.0”, sembra avere origine dall’etichetta stessa che, oltre ad essere uno slogan di facile effetto, è anche un trademark registrato proprio dal gruppo editoriale O’Reilly, che tra l’altro sembra tutto fuorché disposta a cederne l’uso. Inftti nel 2006 ha intrapreso un azione legale contro l'organizzazione no-profit IT@Cork, per aver usato l’etichetta “Web 2.0” come titolo di una serie di conferenze. Tom Raftery, direttore di IT@Cork, ha commentato: "Queste minacce sono un vero anatema su tutta la filosofia del Web 2.0, che si basa sulla condivisione" . Questo va a dimostrazione di come il “Web 2.0” sia stata una strategia di marketing costruita a tavolino piuttosto che una presa di coscienza su una rivoluzione sociale o culturale nata spontaneamente.
Russell Shaw sottolinea che, molti cambiamenti ritenuti come punti di approdo del “Web 2.0” sono stati “incrementali e correlati agli altri nei minimi termini (Lovink 2008), in altre parole, cercare di definire con passi quantici (“Web 1.0”, “Web 2.0”, “Web 3.0”) qualche cosa che evolve in modo continuo su più fronti tra di loro intersecati è estremamente fuorviante. Se del resto pensiamo a tecnologie come la televisione, il sistema e gli apparati di oggi sono enormemente diversi da quelli di ieri, ma a nessuno è venuto in mente di definire fasi uno, due o tre.
Una delle scomuniche più autorevoli al “fenomeno” dell’”Web 2.0” è arrivata anche dal padre della rete, Tim Berners-Lee, attraverso un intervista rilasciata per IBM:

“Il Web 1.0 voleva consentire alle persone di comunicare. Uno spazio interattivo. Credo che il Web 2.0 sia piuttosto una forma di slang, nessuno sa cosa significhi. Se il Web 2.0 per voi sono i blog e i wiki, allora sono persone che si connettono ad altre persone. Ed è questo che il Web fin dall'inizio era pensato per essere.”
(www.128.ibm.com/developerworks/podcast/dwi/cm-int082206.txt)

Dunque il “Web 2.0″ non è altro che il “Web 1.0”. Berners-Lee ha infine aggiunto che, semmai, il vero “Web 2.0” sarà quello del semantic web verso cui il W3C rema a piena forza.
A questo punto sembra ovvio pensare che l’etichetta “Web 2.0” significhi poco o nulla, ma almeno la filosofia che gira intorno al “Web 2.0” può essere salvata? Cioè per dirla con parole di Nicholas Carr “tutto ciò che il Web 2.0 rappresenta – partecipazione, collettivismo, comunità virtuali, dilettantismo – diventa indiscutibilmente buono, deve essere alimentato e applaudito, diventa simbolo del progresso verso una condizione più luminosa. Ma è davvero così?” (Carr 2005). Oggi, tutto quello che ruota intorno al web diventa, per i suoi utenti, indiscutibilmente buono, qualcosa da valorizzare e da difendere. Così se ad esempio la Mediaset denuncia Google-YouTube per violazione dei diritti di copyright, dal web si innalza una levata di scudi a difesa di YouTube è il tutto viene percepito come un attacco alla libera informazione (tra l’altro YouTube ha più volte dimostrato di non essere un corretto esempio del principio di “libera informazione” ) da parte del gigante cattivo Mediaset contro il piccolo YouTube, dimenticando che bilanci alla mano il gigante è YouTube-Google e non Mediaset. Il “Web 2.0” è così diventato, secondo i suoi numerosi promotori, una sorta di movimento che rivoluzionerà in nostro modo di vivere. Dimenticando o non considerando dietro la retorica e la filosofia si possa celare la mera speculazione, e dimenticando che dietro i giganti buoni che guidano la battaglia (come Google ad esempio), ci sono imprese che badano solo al profitto.


Capitolo 2. La Partecipazione

L’intuizione, secondo i promotori del Web 2.0, è che il web deve essere solo lo strumento per permettere agli utenti di partecipare e condividere informazioni tra di loro, concretizzando quindi l’idea di un “Intelligenza Collettiva”. Non pochi però, sono scettici circa l’idea di riconoscere nel web, l’incarnazione del concetto di “Intelligenza Collettiva”. Del resto il concetto di “Intelligenza Collettiva” di Levy, esprime l’idea di un’intelligenza distribuita ovunque, valorizzata in maniera continua, coordinata e mobilitata in tempo reale. Considerare il web, una tecnologia “distribuita ovunque” è estremamente forviante a causa di due problemi: il digital divided e il cultural divided.
Il digital divided è sostanzialmente un problema legato alle possibilità d’accesso alla rete, e non solo, infatti, anche avendo la possibilità d’accesso bisogna considerare che oggi la maggior parte degli usi avanzati della rete sono strettamente legati alla possibilità di avere un accesso su linea veloce. Anche se le nuove tecnologie di connessione satellitare o wi-fi, risolvono in gran parte il problema di un punto d’accesso disponibile, non risultano comunque compatibili con gli usi avanzati della rete. Del resto se pensiamo ad alcuni dei siti più popolari sulla rete, molti di questi sono basati sulla condivisione di materiale multimediale (foto e video grossomodo, ma anche audio con i podcasting) come ad esempio YouTube o Flickr, questi richiedono connessioni veloci (DSL) e sono difficilmente fruibili (se non del tutto impossibile) con connessioni canoniche (Dial Up). Il problema diviene più gravoso se consideriamo la variabile economica, infatti, oltre a dover considerare i classici costi di connessione, bisogna considerare i costi annessi e connessi, come l’acquisto dell’hardware e del software necessario alla connessione e fruizione della rete tenendo conto dell’”uso avanzato” che richiede comunque componenti hardware e software di un certo livello. Se consideriamo che nemmeno i media come la radio e la televisione, nonostante i progressi tecnologici e nonostante l’acquisto delle apparecchiature necessarie alla fruizione abbia raggiunto ormai costi accessibili, non hanno comunque raggiunto un uso universale, le speranze dei tecno-convinti che il digital divided sia un problema transitorio, solvibile con il futuro progresso tecnologico, sono da riconsiderare.
Fermo restando il problema del digital divided (ancora oggi a quasi cinquant’anni dalla nascita di internet ampie zone dell’Africa, Asia, America Latina e Oceania non garantiscono un accesso alla rete), bisogna considerare il più gravoso problema del cultural divided. Infatti se gli old-media come la televisione e la radio risultano di semplice fruizione - nel caso della tv il massimo dell’impegno è rilegato all’uso del telecomando - Internet richiede delle attitudini considerevoli. I costi, il digital divided e il cultural divided tagliano fuori dalla rete gran parte della popolazione mondiale, ma non è finita qui, infatti il concetto d’”Intelligenza Collettiva” è strettamente legato alla partecipazione diretta degli individui, quindi non basta accedere, bensì bisogna partecipare. Quindi, volendo tirare le somme, bisogna rispondere ad una semplice domanda: a quanto ammonterebbe l’insieme degli individui impegnati attraverso la rete alla costruzione di un’”Intelligenza Collettiva?
Secondo i dati forniti dalla Internet World Stats gli utenti connessi ad internet sarebbero circa 1,4 Miliardi. Ovviamente, il dato va scremato, in quanto tiene conto di tutte le connessioni attivate e non degli utenti effettivi che ne fanno un uso sufficientemente continuato, cioè quelli che potremmo definire “utenti partecipativi” o “attivi”. In mancanza di dati più precisi, è possibile fare una buona scrematura applicando la regola “dell’1%” o “Participation Inequality” di Jakob Nielsen. Secondo tale regola, ogni 100 utenti, 1 utente partecipa attivamente con contenuti propri, 9 partecipano in modo discontinuo con un impiego limitato (magari commentando o votando i contenuti) e gli altri 90 sono fruitori passivi. Secondo tale logica, se consideriamo “utenti partecipativi” 10 utenti (cioè gli utenti che creano contenuti propri e quelli che danno un piccolo contributo con i propri commenti) su 100, l’intelligenza collettiva del web consisterebbe in circa 140 Milioni di utenti . Sembrerebbe una forzatura tenere conto solo del 1% degli utenti come “utenti attivi”, cioè utenti che a tutti gli effetti contribuiscono con contenuti propri alla crescita del web, ma secondo una ricerca della Forrester, l’1%, è un dato anche abbastanza ottimistico. La Forrester, dimostra come addirittura meno dell’1% degli utenti che visitano siti popolari come YouTube (0,16%) o Flickr (0,2%) contribuiscono effettivamente con contenuti propri . Ciò a dimostrazione che, quanto si può osservare su questi portali, non è l’espressione di molti ma piuttosto la volontà di pochi.
L’intelligenza quindi, secondo Nielsen, non sarebbe “collettiva” bensì “connettiva”. Caduti tutti i presupposti di un interazione collettiva, Nielsen preferisce parlare di ”Intelligenza Connettiva” (De Kerckhove), questa infatti “mira alla connessione delle intelligenze quale incontro sinergico dei singoli soggetti per il raggiungimento di un obiettivo” (UseIt, op. cit.).
Una delle dirette conseguenze di una partecipazione così bassa è la possibilità di controllare i contenuti di questi servizi, servizi che godono della fiducia degli utenti (in quanto espressione della vox populi). Basterebbe infatti controllare i cosiddetti power user, cioè gli utenti più attivi, per controllare l’intera piattaforma. Ad esempio Jason Calacanis, anima del nuovo Netscape, si è rivolto pubblicamente ai 50 power user dei principali siti di notizie e di bookmarking sociale (come ad esempio Digg) promettendo loro una somma di 1000 $ mensili in cambio dei loro diritti di social bookmarking, o meglio, in cambio della loro benevolenza verso Netscape .
I numeri parlano chiaro, su un portale di social bookmarking come Digg, il 26% delle notizie più popolari (cioè quelle notizie che finiscono in prima pagina), vengono prodotte da soli 20 utenti iper-attivi .
Secondo i promotori del “Web 2.0” la bassa partecipazione alle dinamiche della rete è un problema transitorio, il progresso tecnologico, con il tempo, porterà a percentuali di partecipazione più alte. Tuttavia quello che i promotori non considerano è che sebbene il digital divided può essere considerato effettivamente un problema transitorio, il cultural divided non lo è affatto. In più considerando che proprio adesso che accedere alla rete sta diventando effettivamente più semplice - cioè adesso che grossomodo chiunque può farlo - stanno esplodono i problemi: sovraffollamento, rallentamenti, terrorismo informatico, pedofilia, truffe, anonimato e sostituzione d’identità, disinformazione e via dicendo. Quindi, bisogna chiedersi se la massificazione del web sia un bene o piuttosto un potenziale pericolo futuro.

 

2.1. I blog e il Citizen Journalism

La data “ufficiale”, o meglio quella comunemente accettata, di nascita del blog (contrazione del termine “web log”, ovvero “traccia sulla rete”, ma più comunemente tradotto come “diario sulla rete”) viene generalmente fissata al 18 luglio 1997, quando Dave Winer, per primo sviluppò un applicazione web based in grado di agevolare gli utenti (anche i meno smaliziati) nella gestione di un sito personale in modo semplice ed intuitivo. In realtà il blog, in quanto “sito personale”, è un fenomeno che fonda le sue radici agli albori del web. Già a partire dal 1995, grazie a servizi come Geocities era possibile creare il proprio “sito personale” senza l’onere di dover acquistare un dominio o lo spazio necessario (costi alle origini del web tutt’altro che irrisori). Tuttavia per farlo era necessaria la conoscenza almeno dei linguaggi base e dei software che presiedono alla creazione di un ipertesto (l’HTML su tutti), cosa non così comune. Per questo l’esplosione del fenomeno blog, lo si deve essenzialmente alla creazione dei primi CMS (Content Management System), ovvero dei primi applicativi che limitavano l’impegno del blogger alla sola attività di videoscrittura. I blog sono vicini a quelli che Adilkno considera “media imprecisi”, cioè “media senza una direzione concreta, che non sono emersi da un movimento o da un evento, ma al più sono l’effetto speciale di un software” . In pochi anni, il fenomeno blog, ha raggiunto un successo mondiale (ad oggi ne esisterebbero circa 70'000'000, con un ritmo di 120'000 nuovi blog al giorno ), diventando ben presto insieme ai Wiki uno dei capisaldi della retorica del “Web 2.0”, in quanto massima espressione della partecipazione attiva dell’utente alla rete. I blog così, almeno secondo i promotori del nuovo media, sono diventati lo strumento grazie al quale ogni persona può comunicare le proprie opinione ad una platea virtualmente illimitata, realizzando così un forma di giornalismo cittadino. Ma è effettivamente così?
Spesso i post (ovvero la sequenza d’interventi pubblicati su di un blog) sono riflessioni personali scritte in fretta, circa un evento o una notizia. Nella maggior parte dei casi il blogger, nota Lovink, “non ha le competenza necessarie o semplicemente il tempo, per produrre contenuti complessi” (Lovink 2008). Lovink descrive così l’attività del blogger:

“Bloggare una notizia non significa che il blogger si siede e analizza in profondità il discorso e le circostanze, e lasciamo perdere il fatto di verificare i fatti in questione. Bloggare significa semplicemente puntare velocemente al fatto-news attraverso un link e poche frasi che spiegano perché il blogger abbia trovato questo o quel “fattoide” interessante o notevole, o perché è in disaccordo con l’opinione espressa nella pagina segnalata.“ (ivi, p. 49)

Eppure, almeno dal punto di vista dei promotori del “Web 2.0”, i blog sono considerati degli ottimi sostituti dei media tradizionali, i più convinti arrivano ad ipotizzare (e segretamente sperare) la morte dei canali tradizionali d’informazione a fronte della blogsfera. Tuttavia i blog, più che sembrare dei media alternativi ai vecchi media broadcaster, sembrano adattarsi alla perfezione al concetto di old-media. In fatti, tenuto da parte l’enorme oceano delle piccole realtà, i cosiddetti blog della A-list, cioè i blog più importanti, si sono spesso macchiati di quei crimini che i tecno-convinti contestano proprio agli old-media, cioè la collusione con i poteri politici ed economici. E’ vero ad esempio che l’esercito degli Stati Uniti ha più volte offerto “contenuti esclusivi” ad alcuni blog della A-list americana di area conservatrice in cambio, ovviamente, della propria benevolenza su conflitti tutt’altro che popolari , ed è altrettanto vero che sempre più imprese usano i power blogger (blog con un numero d’utenza elevato) per la promozione più o meno velata, dei propri prodotti. Spesso i blog della A-list, ma sopratutto i blog istituzionali o quelli gestiti dai professionisti dell’informazione, vengono criticati per il mantenimento di modelli di comunicazione broadcaster. Ad esempio una delle critiche rivolte al blogger Beppe Grillo è quella che faccia un uso del suo blog divergente rispetto agli usi auspicati del mezzo. In parole povere, Beppe Grillo utilizzerebbe il proprio blog come un old-media, cioè secondo un modello top-down, dove la produzione dell’informazione viene dall’alto e dove lo spettatore/lettore viene percepito come fruitore passivo. Infatti, non è un mistero che Grillo non interviene nelle discussioni prodotte attraverso i commenti dai propri utenti. Questo del resto, è il comportamento tipico dei blogger della A-list, molti dei quali arrivano anche all’estrema soluzione di non permettere l’uso del “commento”. Tuttavia, parlare dei blogger della A-list (una percentuale risibile della blogsfera) sarebbe estremamente fuorviante, in quanto il successo del media blog è dato dall’enorme oceano dei piccoli blog.
Secondo Chris Anderson, autore de “La coda lunga” e direttore di Wired, “il successo del media blog non sarebbe il frutto del lavoro di pochi power blogger, ma piuttosto delle migliaia di piccoli blog che fanno anche solo poche centinaia se non decine di visitatori al giorno” (Anderson 2008). Anche se i power blogger generano una quota significativa d’utenza all’interno della blogsfera, la loro importanza appare ridimensionata se paragonata a fronte di milioni di blog che singolarmente generano pochissimo traffico ma che nel complesso pesano più dei power. Tuttavia, mentre i power blog possono essere assimilati i più delle volte a professionisti o semi professionisti dell’informazione, incarnandone quindi valori e modelli (controllo della fonte, lavoro di ricerca, etc.), i milioni di blog amatoriali che costituiscono la cosiddetta “coda lunga” della blogsfera sono ben lontani da questi modelli. Più che una nuova forma di giornalismo i blog sembrerebbero piuttosto una nuova forma di gestione del sé. I blog spesso sono usati per dare vita a piccole comunità di persone coese intorno ad un determinato argomento. Il contraddittorio è un fatto estraneo alla blogsfera, di solito i gruppi di utenti che si creano intorno ad un blog sono fortemente coesi e anche quando la discussione lascia il territorio del singolo blog, rimane sempre e comunque all’interno di nuvole di blog omogenei spesso collegati tra di loro.
I blog, secondo Florian Cramer “riflettono una tendenza della società all’imbozzolamento” (Lovink 2008, p. 67), cioè alla costruzione di gruppi sociali ristretti e fortemente auto-referenziali, del resto l’intera blogsfera può essere interpretata come un ambiente chiuso e autoreferenziale. Considerare i blog come una nuova arena del dibattito pubblico e quindi come una nuova sfera d’opinione pubblica, considerazione cara ai promotori del “Web 2.0”, sarebbe un errore di fondo, per una serie di ragioni.
Innanzi tutto la maggioranza dei blog non riesce nemmeno a creare un gruppo d’utenza fissa, base necessaria per la discussione, spesso a causa dell’irrilevanza dei contenuti. Molti blog sono così soggetti al cosiddetto “Blogging Alone” (letteralmente “bloggare da soli”), cioè il blogger finisce con l’essere anche l’unico lettore dei suoi stessi scritti.
In secondo luogo, avrebbe senso parlare di una nuova sfera d’opinione se le opinioni sotto forma di post, avrebbero tutte lo stesso peso o meglio la stessa visibilità. Tuttavia non è così, secondo Barabasi, “la rete non rispecchia un sistema egualitario dove ogni nodo (cioè, ogni sito web) ha la stessa visibilità, bensì la rete è governata da leggi di potenza” (Barabasi 2004), riassumibili nella regola 80/20, cioè l’80% dei collegamenti sono ad appannaggio del 20% dei siti web. I promotori del “Web 2.0” continuano a ragionare in base a modelli di rete casuale dove tutti i nodi avrebbero la stessa visibilità. Per cui, sebbene sia vero che oggi con i blog tutti hanno la possibilità di render pubbliche le proprie opinioni ad un numero di individui virtualmente illimitato, è altrettanto vero che queste opinioni potrebbero non essere mai lette da anima viva. Infatti, sebbene le regole di partenza siano lo stesse per tutti, è altrettanto vero che il web replica le distribuzioni di potere esistenti nella realtà che detto in parole povere significa: se, ad esempio il blog di Beppe Grillo ha raggiunto un successo mondiale in poche settimane, questo non vuol dire che un blogger qualsiasi ha la stessa possibilità di successo, per la semplice ragione che Beppe Grillo ha portato con se sulla rete le attitudini, la notorietà e le conoscenze accumulate fuori dalle rete.
In fine, avrebbe senso parlare di una nuova sfera d’opinione se i blog verrebbero usati per far sentire le proprie opinioni. Si era detto pocanzi che i blog, più che una forma di giornalismo cittadino o una nuova arena di discussione pubblica, sono al più una nuova forma di gestione del sé. Il blogger “tipo” si limita il più delle volte a brevi post di carattere generale su qualche notizia d’attualità che trova per qualche ragione rilevante. I post d’opinione, in cui il blogger prende una posizione o fa un opera di critica, tenute da parte le poche isole felici della A-list, sono un fatto raro. La maggior parte dei post sono del tutto irrilevanti. Anche quando il blogger decide di produrre contenuti complessi si nota comunque una certa dipendenza dagli old-media. In poche parole, il blogger nella maggior parte dei casi non ha le competenze necessarie o semplicemente il tempo per produrre contenuti complessi, così si limita a riportare una notizia (spesso attraverso un link) con un breve è fugace commento.
Paradossalmente gli unici blog politicamente attivi intorno ai quali si creano veri è proprie micro sfere d’opinione, sono i cosiddetti shocklog (contrazione di “shock” e “blog”). Gli Shocklog sono blog dalle opinioni discutibili, spesso a sfondo razziale o xenofobo, opinioni che difficilmente avrebbero avuto spazio sugli old-media, ma che nell’accessibile e potenzialmente incontrollato web, riescono a ritagliarsi porzioni di visibilità. In alcuni casi gli shocklog possono arrivare a minacce di morte o all’incitamento del lettore nell’intraprendere qualche azione (di solito attacchi a determinati obiettivi on o off line). Caso paradigmatico è quello dell’assassinio di Theo van Gogh, regista olandese autore di un cortometraggio “Submission”, sulla condizione delle donne islamiche. Van Gogh era stato minacciato di morte per mesi sui blog islamici di area fondamentalista. Il suo assassino Mohammed Bouyeri, era un assiduo frequentatore di blog e gruppi di discussione frequentati da estremisti islamici, su uno di loro aveva anche pubblicato un immagine ci un'Olanda rosso sangue sulla quale campeggiava una bandiera con la spada di Maometto e la scritta “La vittoria è nostra” a cui aveva aggiunto il viso di Ayaan Hirsi Ali (una olandese di origini somale che si batte per l'emancipazione femminile nell'Islam) e di Theo Van Gogh. Secondo il magistrato dell’inchiesta Frits van Straelen, nella storia di Mohammed Bouyeri l' influenza degli shocklog ha contato più di ogni altra cosa, molto più della frequentazione delle moschee, che Bouyeri sembrerebbe non aver mai frequentato .
Gli Shocklog non sono solo blog rilegati a frange estreme o fondamentaliste delle società, piuttosto con il termine vengono intesi tutti quei blog all’interno dei quali vengo prodotti contenuti provocatori, ingiuriosi o offensivi verso istituzioni o personaggi pubblici e non. Basta questo per capire che il fenomeno è molto più esteso di quello che si possa pensare. Il caso di Mohammed Bouyeri è tutt’altro che isolato, la casistica è estremamente ricca. Nel 1999, Eric Harris autore insieme a Dylan Klebold del massacro della “Columbine High School”, nel proprio blog aveva scritto minacce dirette a studenti e insegnanti della Columbine. Nel blog erano presenti anche molte frasi che Harris aveva scritto a proposito del suo odio verso la società e del suo desiderio di uccidere chi lo infastidiva (in particolari alcuni gruppi di studenti) . Molti all’epoca si interrogarono sul perché Harris avesse utilizzato senza scrupoli o paure di sorta, l’apertissima e pubblica internet per le proprie minacce, domande del resto che si ripresentano ad ogni caso di questo tipo. Secondo Benschop:

“le comunicazioni via Internet non hanno ripercussioni immediate sulla vita sociale locale dei singoli partecipanti. Per questo essi si sentono liberi di esprimersi in modo disinibito. E’ proprio per questo motivo che su internet le comunicazioni sono caratterizzate da due manifestazioni estreme del comportamento sociale: un’eccessiva e insolita dolcezza nei confronti degli altri e l’insulto o addirittura la minaccia.” (Lovink 2008, p. 17)

Parlare di shocklog, potrebbe sembrare fuorviante in quanto fenomeno isolato o marginale. Tuttavia molti studiosi sono convinti che lo shocklog, sia il punto d’approdo di ogni piccola community fortemente autoreferenziale (blog compresi). L’economista Thomas Schelling, nel 1971, condusse un semplice esperimento (che lo portò a vincere il Nobel nel 2005), con la finalità di capire perché negli Stati Uniti persistesse un’estrema segregazione razziale. Le premessa di fondo era data dalla consapevolezza che, in generale, gli americani non sono razzisti, anzi in genere sono contenti di rapportarsi con gente di aspetto o culture diverse. Al tempo stesso però Schelling sapeva che gli americani non sono totalmente immuni da pregiudizi, infatti nella maggioranza dei casi preferiscono frequentare almeno un certo numero di persone simili a loro. L’esperimento portò alla conclusione che una leggera preferenza innata per l’idea di frequentar individui socio-culturalmente simili, dopo aver influenzato molte decisioni individuali, aveva determinato nella società americana una netta divisione all’interno della popolazione. Quindi, dato che propendiamo magari lievemente a frequentare persone simili a noi è probabile che entriamo a far parte di community d’utenza sempre più polarizzate e omogenee intorno ai nostri valori e alla nostra cultura. Secondo Cass Sunstein:

“Quando le persone che la pensano allo stesso modo si raggruppano, spesso aggravano i loro pregiudizi. Così finiscono per adottare una posizione più estrema.” (Cass 2006, p. 58)

Consideriamo con quanta facilità sia oggi possibile grazie alla rete, trovare persone che la pensano come noi. In altre parole Internet non solo tenderà a dividere le persone che la pensano in modo diverso, ma anche ad amplificarne le differenze. Ed il risultato finale del processo di polarizzazione sta proprio nella formazione di gruppi sociali fortemente autoreferenziali ed omogenei con una tendenza ad opinioni estremiste, cioè gli shocklog. In estrema sintesi quindi, non solo i blog non tendo a creare una sorta di sfera d’opinione pubblica, ma anzi ne minano alla base ogni possibile presupposto di formazione.
Nonostante tutto i blog, hanno avuto comunque il merito di aver accelerato il processo di democratizzazione della rete, hanno fornito un sistema semplice grazie al quale la partecipazione possa essere diretta ed immediata. Tuttavia bisogna interrogarsi sul sé la democratizzazione non abbia condotto anche ad una banalizzazione dei contenuti. Bisogna chiedersi anche sé la democratizzazione, con il suo eccesso di libertà, non richieda anche una normalizzazione. Il rischio è che scemato l’effetto novità legato ai blog, si assisterà ad una sorta di selezione che porterà la blogsfera a ridursi ad un insieme di blog, da una parte quelli appartenenti alla A-list (blog quindi gestiti da professionisti o semi-professionisti dell’informazione) e dall’altra gli Shocklog, con buona pace del citizen journalism.

 

2.2. I Wiki: enciclopedie partecipative o miniere d’errori?

Il wiki è un software web oriented creato da Ward Cunningham nel 1995, generalmente viene utilizzato per realizzare siti dove la modifica dei contenuti è aperta e libera, dove cioè tutti gli utenti possono collaborare liberamente (spesso non è necessaria nemmeno la registrazione di un account) alla costruzione dei contenuti. Il sito che più di tutti incarna lo spirito wiki, e l’enciclopedia Wikipedia, che si autodefinisce:

“Wikipedia è un'enciclopedia online, multilingue, a contenuto libero, redatta in modo collaborativo da volontari e sostenuta dalla Wikimedia Foundation, un'organizzazione senza fine di lucro. […] Fondata da Jimmy Wales e Larry Sanger il 10 gennaio 2001.”
(it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia)

La libertà che sta dietro all’idea di “collaborazione libera per la costruzione dei contenuti” (ivi), porta con se un problema da non sottovalutare e cioè il controllo del contenuto. La storia di Wikipedia è fatta di grandi risultati, nel 2008 è diventata a tutti gli effetti l'enciclopedia più grande del mondo con circa 2'000'000 di voci, ma anche di altrettanti terribili tonfi.
La qualifica di Wikipedia come enciclopedia è stata oggetto di discussioni. Molti accademici, redattori ed editori delle enciclopedie classiche, la considerano di nessuna o limitata utilità come sistema di consultazione. Altri ritengono Wikipedia di qualità sufficiente solo in alcune aree.
I critici ritengono che permettere a chiunque di intervenire sul contenuto renda Wikipedia un lavoro potenzialmente inaffidabile. Infatti Wikipedia non contiene alcun processo formale e sistematico di revisione e dunque, di controllo dei contenuti: gli stessi contributori potrebbero non essere esperti negli argomenti di cui scrivono, oppure potrebbero avere interressi a scrivere informazioni non veritiere. Tuttavia, secondo i promotori del progetto, il processo di redazione di Wikipedia presuppone che l'esposizione di una voce a molti utenti conduca, con il tempo, all'accuratezza.
Wikipedia è stata accusata di insufficienza nella conoscenza a causa della sua natura volontaria e di riflettere i pregiudizi e le attitudini dei suoi collaboratori. Il redattore capo dell'Enciclopedia Britannica Dale Hoiberg, ha commentato che “le persone scrivono di cose alle quali sono interessate, perciò molti argomenti non vengono coperti e le notizie di attualità sono trattate con molto dettaglio” . In effetti le voci generiche e di cultura generale sono lunghe almeno il doppio rispetto a quelle tecniche o scientifiche (quando ci sono). Basta confrontare ad esempio la voce della soap opera Beautiful e quella sul premio Nobel per la medicina Heinrich Hermann Robert Koch (scopritore del bacillo di Koch). Del resto anche Larry Sanger (co-fondatore di Wikipedia) affermò nel 2004 che “quando si tratta di argomenti relativamente specializzati (al di fuori degli interessi di molti dei collaboratori), la credibilità del progetto è molto irregolare” (Wikipedia, op.cit.). Jimmy Wales, il padre di Wikipedia, in una intervista apparsa su The Register, taglia corto affermando che molti articoli della sua creatura siano "schifezze ed immondizia" .
Con l’arrivo della popolarità, per Wikipedia sono arrivati anche i guai. La possibilità di modificare facilmente i contenuti permette a chiunque abbia un qualsiasi motivo, di modificare le voci per i più disparati motivi: dal vandalismo bello e buono, all’interesse economico o politico, fino al revisionismo storico. Si va così dai tentativi di revisione ideologizzata, che possono variare dalla sostituzione goliardica dell'immagine di Benedetto XVI con quella di Darth Vader (il “cattivo” di StarWars) , fino alle denunce per calunnia, come nel caso dell’ex assistente di John Fitzgerald Kennedy, John Seigenthaler bollato da una voce di Wikipedia come coinvolto nell’omicidio del presidente Kennedy , fino a veri e propri casi di manipolazione politica come nel caso della revisione della voce dedicata alla guerra in Iraq, revisionata attraverso un computer del Congresso per attenuare i sospetti della connivenza tra l’amministrazione Bush ed Al- Qaeda .
Questo tipo di attacchi secondo i promotori del progetto, hanno vita breve, le voci sono frequentemente revisionate dalla moltitudine d’utenza dedita al mantenimento del progetto. Il problema semmai è il tempo che passa dal gesto vandalico alla correzione, tempo estremamente lungo nel caso di voci poco frequentate.
Tenuto da parte l’opera di vandalismo gratuito, problema cronico della rete ma ancor di più della società in generale, bisogna tener conto dei problemi formali del progetto che possono essere riassunti in tre tipologie:
1) Innanzi tutto l’incompletezza dell'informazione, cioè la scarsa copertura di alcune voci e/o materie. Dal momento che si basa sul contributo volontario, non c'è un vero e proprio piano editoriale e alcune voci o materie possono risultare non presenti o poco trattate solo perché tra gli autori di Wikipedia non ci sono esperti o appassionati di tali materie. Ad esempio, se da un lato si osserva una trattazione esaustiva di personaggi pubblici come comici, presentatori o showgirl, dall’altro si osserva una scarsa trattazione di premi Nobel o personaggi di spicco del mondo accademico.
2) Altro problema è nel linguaggio utilizzato. Se da un lato alcune voci sono trattate utilizzando codici linguistici tecnici o legati ad ambiti scientifici precisi (risultando del tutto incomprensibili ai comuni mortali), dall’altro si osservano voci trattate con codici linguistici bassi, spesso imprecisi, lontani dagli standard divulgativi enciclopedici.
3) L’ultimo problema, consiste nell’attitudine degli utenti a elaborare le voci secondo punti di vista non obiettivi, la cosiddetta partigianeria, arrivando spesso a vere e proprie opere di revisionismo storico.
I problemi cronici di Wikipedia hanno generato anche una rottura tra i due fondatori del progetto, culminata con l’abbandono di Sanger (co-fondatore insieme a Wales di Wikipedia). Sanger infatti da tempo meditava sulla necessità di ridurre al minimo errori e vandalismi nelle voci attraverso un processo d’identificazione degli utenti. Dopo l’abbandono, Sanger è partito con un proprio progetto Citizendium , che chiede agli utenti di rinunciare all’anonimato (contrariamente a quanto possibile su Wikipedia) e che si appoggia a un gruppo di accademici perché supervisionino gli articoli.
L’obbligo di identificarsi dovrebbe accrescere l’accuratezza del sito, oltre che incentivare la partecipazione di utenti colti e di specialisti.
Citizendium cerca indubbiamente di migliorare il prodotto della collaborazione online, anche se va a ritoccare il dogma egualitario su cui si è fondato Wikipedia. Ma del resto anche Wales rimasto alla guida di Wikipedia, medita possibili soluzioni al problema. In estrema sintesi, la “saggezza delle folle” messa alla prova nel suo più grande esperimento ha dimostrato di non essere ancora matura.

 

2.3. Folksonomy: le tassonomie personali

La classificazione dei contenuti continua ad essere una delle questioni cruciali del web. I miliardi di documenti presenti online continuano ad incrementarsi giorno per giorno, arricchendosi di nuove risorse: si tratta di un fenomeno a due facce, perché mentre da un lato cresce il numero delle informazioni a disposizione degli utenti, dall'altro diventa sempre più difficile riuscire a individuare la specifica informazione che si sta cercando. Siamo di fronte quindi a un immenso patrimonio di conoscenza che rischiamo di non riuscire ad utilizzare.
Nell'era del “Web 2.0” è emersa una possibilità, quella di sfruttare la dimensione collaborativa per creare una classificazione dal basso, informale e in continuo aggiornamento.
E' la cosiddetta “Folksonomy”, termine nato dalla fusione di folk (gente comune) e di taxonomy (tassonomia), letteralmente “tassonomia della gente comune”. L'idea è quella di partire dalle “tassonomie personali” che ciascuno si costruisce in base ai propri interessi e alle proprie conoscenze e di integrarle progressivamente fino a costruire una tassonomia condivisa. Quando un utente decide di pubblicare ad esempio un'immagine, per condividerla con altri utenti, aggiunge in un apposito campo alcune parole chiave definite tag che la descrivono. Non ci sono regole per la scelta di queste parole, l'utente inserisce quelle che gli sembrano descrivere gli aspetti più rilevanti dell'immagine (potrebbe essere il luogo in cui è stata scattata, il periodo dell'anno, il soggetto ritratto, il colore predominante, la tecnica applicata e così via). La scelta dei tag non riguarda solo gli autori: anche gli utenti che consultano il servizio possono aggiungere alle foto altrui nuovi tag che a loro sembrano utili per descriverla.
In questo modo l'elenco dei tag associati ad un'immagine è costruito collaborativamente da tutti quelli che utilizzano il servizio e che desiderano poter effettuare ricerche sulle immagini a partire dai propri criteri e interessi.
Posto un universo di dati potenzialmente infinito, la folksonomy è il miglior sistema di classificazione possibile o per dirla con parole di Maistrello “è il migliore disordine possibile” (Maistrello 2008, p. 84). Secondo Maistrello, “non essendo pensabile che una comunità di persone assimili in tempi ragionevoli un metodo comune di classificazione delle risorse e lo applichi limitando al minimo gli errori, sfruttare delle etichette spontanee sembra essere un enorme passo avanti rispetto al caos” (ibidem). Tuttavia, si tratta di una soluzione che crea un groviglio di problemi: in base a quali criteri l'autore di un contenuto web deve scegliere i tag da applicare? Il rischio è che le parole chiave scelte dall'autore per descrivere quello che ha pubblicato online non corrispondano alle parole chiave che l'utente sceglie per cercare quel tipo di contenuto.
La folksonomia è una strategia di difficile applicazione perché richiede un alto livello di competenza da parte degli autori e dei fruitori di contenuti, mentre una delle caratteristiche del Web è che chiunque, competente o meno, ha la possibilità di intervenire sui contenuti.
I problemi derivanti dall’uso delle folksonomy sono numerosi anche perché a contrario dei sistemi di classificazioni classici non vi è un vocabolario controllato di base ma sono le persone, attribuendo i loro tag, a creare un vero e proprio vocabolario incontrollato che può portare quindi a non poche ambiguità e limitazioni.
Una prima categoria di problematiche legate alla folksonomy è la mancanza di precisione e ambiguità. Infatti, essendo il riflesso dello schema mentale personale di ogni utente, del proprio linguaggio e comportamento, la folksonomy porta ad una mancanza di precisione in base sia alla variabilità della lingua che alla carenza del controllo dei sinonimi. Il medesimo concetto può venire etichettato in diversi modi, facilitando confusione e rendendo difficoltosa e dispendiosa un’eventuale ricerca. Le cause di distorsione sono essenzialmente quattro:
1) L’uso di termini polisemici. Utenti differenti applicano termini ai documenti in modi diversi, non essendoci delle sistematiche linee guida per la classificazione. Quindi lo stesso tag può venire apposto a concetti differenti. Ad esempio “collo” può essere usato per indicare la parte anatomica del corpo umano ma anche la parte stretta di una bottiglia.
2) L’uso di termini sinonimici. Di fatto i sistemi basati sulla folksonomy raramente hanno un controllo dei sinonimi, quindi lo stesso concetto può essere etichettato con numerosi tag che però alla fine esprimono lo stesso significato, ad esempio: newyork, newyorkcity, njc.
3) L’uso di plurali o singolari. I sistemi basati sulla folksonomy, raramente sono in grado di rilevare e correggere la presenza di termini al plurare o singolare. Spesso così, sono presenti sia plurali che singolari per indicare uno stesso soggetto. Ad esempio un mazzo di fiori può essere etichettato allo stesso tempo come: flowers, flower.
4) L’uso di sigle e acronimi. A volte lo stesso contenuto può venire espresso sia con il suo nome completo, sia in sigle o abbreviazioni, creando quindi il fenomeno della ridondanza. Ad esempio: Macintosh, Mac.
Un'altra categoria problematica consiste nella formattazione dei termini. Entrambi i maggiori gestori di servizi basati sulla folksonomy, cioè Flickr e Del.icio.us, non supportano l’uso di parole multiple separate da spazi. Il motivo risiede nella necessità di evitare che parole composte finiscano con il generare tag multipli. Ad esempio, nel caso di Flickr, “new york” da vita a due tag “new” e “york”, ognuno dei quali fornisce immagini differenti abbinate ai singoli tag.
Uno dei problemi più gravi è quello della dissociazione aggettivi/nomi. Ad esempio, quando si etichetta una foto raffigurante un gatto nero ed un cane bianco, si potrebbero utilizzare i tag “nero”, “gatto”, “bianco” e "cane". Tuttavia immessi nel database, il loro significato va perso, in quanto i tag perdono ogni ordine gerarchico prefissato all’origine. Gli utenti che effettuano una ricerca non sanno quindi quale animale sia nero e quale sia bianco, cioè cercando i tag “bianco” e “gatto”, uno dei possibili risultati è la foto con il gatto nero e il cane bianco.
Un altro problema sta nell’assenza di gerarchie. Al contrario dei metodi di classificazione tradizionali le folksonomie non sono organizzate in maniera gerarchica, cioè non vi è un nesso tra le parole e non vi sono categorie e sottocategorie. Il concetto può essere esemplificato attraverso una metafora: i metodi classici di classificazione creano strutture “ad albero”, mentre le folksonomie al più sono un “mucchio di foglie”. Quindi, se mentre nelle tassonomie è possibile creare gerarchie con livelli di subordinazione, ad esempio una foto del lungo mare salernitano potrebbe essere categorizzata così “Italia -> Campania -> Salerno -> lungomare”, nelle folksonomie questo non è possibile.
Nonostante le problematiche legate alla folksonomy, tale metodologia di categorizzazione sta diventando sempre più diffusa, i motivi sono essenzialmente legati all’assenza di soluzioni più efficienti, ma più che altro alla volontà dei gestori di applicazioni web oriented di sfruttare la partecipazione pro-bono degli utenti per ottenere risultati che molto probabilmente, non sarebbe raggiungibili se non a fronte di grossi investimenti.

 

2.4. I Social Network: tra profiliazione e vetrinizzazione

Con l'avvento di internet, l'opportunità di estendere la propria rete di relazioni sociali ha avuto un forte impulso fino allo sviluppo di strategie e piattaforme sempre più efficaci, in grado di mettere in contatto (seppur solo virtualmente) persone di ogni provenienza, età, etnia e ceto sociale. Il bisogno umano di comunicare e stabilire nuove relazioni sembra trovare piena realizzazione all'interno dei social network, un fenomeno in continua espansione nell'era del “Web 2.0”.
Secondo i promotori del “Web 2.0”, il successo dei social network sarebbe dovuto alla volontà degli utenti di superare i limiti geo-fisici della socializzazione e sfruttare l’immensità della rete per creare nuove relazioni. Tuttavia secondo i critici, il successo sarebbe dovuto alla scomparsa dei luoghi fisici tradizionali della socializzazione costringendo le persone a ripiegare su soluzioni alternative. Come nota Zygmunt Bauman, “i luoghi in cui era tradizionalmente affidato il sentimento di appartenenza (lavoro, famiglia, vicinato), oggi non sono più disponibili o affidabili, e perciò quasi sempre incapaci di placare la sete di socialità o colmare la paura della solitudine” (Romano 2004, p. 123). Un recente rapporto Eures attesta che il 2002, per la società italiana, è stato un anno tristemente significativo: per la prima volta gli omicidi maturati all’interno dei rapporti di prossimità (famiglia, amici, conoscenti, vicinato, etc.) hanno preso il sopravvento su quelli legati alla malavita e alla criminalità organizzata . La tesi di Bauman “è che episodi come questi siano l’espressione di una crisi sociale che chiama in causa concetti basilari quali quelli di identità e di appartenenza” (ivi, p. 124). Stiamo attraversando un cambiamento epocale, secondo Romano “per la maggior parte della storia delle società umane, le relazioni sociali sono rimaste saldamente rinchiuse nell’ambito della prossimità” (ivi, p. 125), oggi con il web e i social network si ha la possibilità di sviluppare relazioni sociali diversamente dislocate, sia in termini geo-politici che sociali.
I gruppi che gli individui cercano di trovare o di fondare, sono gruppi mediali fragili, in cui è facile entrare e altrettanto facile abbandonare, così le relazioni che nascono nell’ambito dei social network sono al più, relazioni deboli. A questo punto sorge spontanea una domanda, cosa spinge milioni di persone ad utilizzare i social network? È solo, come dice Bauman, un problema di appartenenza, di scomparsa dei luoghi tradizionale della socializzazione? La risposta potrebbe essere nel cosiddetto processo di “vetrinizzazione”. Secondo Codeluppi “la vetrina diventa necessaria nel momento in cui viene meno il rapporto di fiducia personale fra l’artigiano e i propri clienti, rapporto che rendeva inutile il ricorso a espedienti per attirare questi ultimi nella bottega. La vetrinizzazione va oltre il senso delle pratiche di esposizione della merce, fino ad abbracciare l’obbligo di esporre tutto in vetrina, compreso il proprio corpo e ogni singolo momento della propria vita” (Formenti 2008, p. 224-228). Quindi parallelamente al tramonto dell’era delle relazioni sociali dirette, basate sulla fiducia reciproca per effetto dell’appartenenza a luoghi sociali condivisi (famiglia, lavoro, etc.) si starebbe diffondendo il bisogno di mettersi in vetrina. Il successo dei social network, soprattutto fra i giovani, sarebbe quindi dovuto alla trasformazione degli spazi sociali e alla necessità da parte dei giovani di trovare nuovi spazi in cui socializzare e mettersi in mostra. Secondo Boyd, ci sarebbero tre classi di spazio: pubblico, privato e controllato:

“Per gli adulti la casa è la sfera privata in cui rilassarsi con la famiglia e gli amici. La sfera pubblica è il mondo condiviso con estranei e persone di ogni tipo. Per molti adulti il lavoro è uno spazio controllato. La segmentazione degli spazi dei teenager è leggermente diversa: la maggior parte del loro spazio è spazio controllato, gli adulti controllano la casa, la scuola e molti degli spazi in cui fanno attività di ogni genere.” (Lovink 2008, p. 23)

I social network permetterebbero quindi ai giovani di creare uno spazio pubblico, ma allo stesso tempo privato e comunque non controllato, mentre si trovano fisicamente all’interno di spazi controllati (cioè all’interno delle proprie abitazioni). Questi spazi virtuali permetterebbero la socializzazione tramite la presentazione del sé all’interno di vetrine virtuali, che altrimenti non sarebbe possibile negli spazi pubblici perché appunto controllati dagli adulti e spesso interdetti ai giovani.
A questo punto può essere utile, porsi una domanda: quali sono i pericoli di mettersi in vetrina? Sembrerebbe che internet denoti una carenza di privacy a priori, dovuta a motivi strutturali della rete stessa, questo è in parte vero, in quanto le stesse tecnologie che sottostanno al funzionamento della rete permettono il tracciamento del comportamento dell’utente su di essa, ma questo è un problema risaputo e - citando McLuhan - “sollevare proteste etiche a proposito di questo fatto è come prendersela con una sega a nastro perché ha tagliato le dita a qualcuno” (McLuhan 1962, p. 216). Tuttavia a ben vedere, come del resto evidenziano il successo di trasmissioni quali “il Grande Fratello”, il problema è esattamente l’opposto cioè non è tanto la rete a ledere la nostra privacy ma piuttosto il comportamento degli utenti stessi. Cioè non è tanto la rete a tracciare i nostri comportamenti, ma piuttosto i nostri comportamenti a renderci rintracciabili. Quello a cui si sta assistendo è la confusione tra spazio privato e spazio pubblico, secondo Lovink “il paradosso con il quale dobbiamo fare i conti è che l’apertissima e pubblica internet viene utilizzata per scambi intimi tra amici e pari e che tutte queste conversazioni possono, e lo saranno, essere conservate e indicizzate per decenni a venire” (Lovink 2008, p. 23). Il web sarebbe quindi una sorta di Panopticon al contrario, dove gli utenti non vengono spiati a loro insaputa ma bensì cedono la loro privacy per il gusto di essere visibili. Le discutibili performance dei giovani, come le foto di ragazzi e ragazze alticci o poco vestiti che possono essere osservate su social network come Facebook o Badoo, di certo non sono pensate tenendo conto delle potenziali dinamiche future. Gli adulti di oggi hanno imparato che gli errori del proprio passato possono riapparire nel presente, ma questo è un sapere acquisito nel tempo, i giovani sembrano non aver paura di questo, loro vogliono solo essere visibili. Parafrasando Lovink (ivi), i futuri datori di lavoro (e non solo) potrebbero fare un po’ di ricerche sulla rete del candidato, è potrebbero non gradire il suo profilo su Facebook. Insomma, “nella vastità del mondo là fuori, sorveglianza e controllo sono visti come risorse illimitate” (ivi, p. 21).
Potrebbero sembrare le manie persecutorie di un paranoico, ma la rete è ricca di casi di persone che hanno perso il proprio posto di lavoro a causa della propria attività on-line. Ad esempio Kyle Doyle, dipendente di un call center in Australia, ha dato una bella dimostrazione dell'attenzione che occorre porre nel pubblicare informazioni personali su Internet e in particolare su Facebook. Doyle, come racconta The Register, ha ricevuto una mail dal proprio datore di lavoro, nella quale si chiedeva un certificato medico per l'assenza dal lavoro. Doyle ha risposto che non era tenuto a fornire il certificato, come da contratto. Ma il datore di lavoro ha ribattuto che aveva fondati motivi per ritenere fasulla la motivazione medica dell'assenza. Alla sfida di Doyle, il datore ha risposto inviando in allegato una schermata della pagina di Facebook di Doyle, nella quale l'impacciato utente segnalava agli amici (e, lui credeva, solo agli amici) che si era preso una sbronza galattica e si sarebbe dato malato .
E’ interessante notare come la profiliazione sia un fenomeno molto più pervasivo di quello che gli utenti comunemente pensano.
Nel 2006, AOL diffuse tramite il suo sito web un report dettagliato relativo alle parole chiave immesse nel suo motore di ricerca. AOL aveva preso attente misure di sicurezza per rendere i dati anonimi, sostituendo nomi e cognomi dei suoi abbonati con dei numeri identificati. Due giornalisti del New York Times , dimostrarono come fosse semplice, con un po’di data-mining, risalire all’identità di quei numeri identificativi. Il caso preso in esame fu quello dell’utente 4417749, tra le sue ricerche effettuate su AOL si ritrovavano parole chiavi del tipo: “serate danzanti per single ad Atlanta”, “altalene mobili”, etc. Sostanzialmente il catalogo di ricerche riguardava curiosità, ansie e interrogativi di tutti i giorni, ma allo stesso tempo conteneva un numero sufficiente di indizi da permettere di individuare il nome, l’indirizzo e il numero di telefono della persona. Si è così scoperto, in un paio d’ore, che il 4417749 corrispondeva a Thelma Arnold residente a Lilburn, in Georgia. Raggiunta dai giornalisti, la signora Arnold, si disse scioccata: “non avevo idea che qualcuno mi stesse spiando da dietro le spalle” (ivi). Quelle della Arnold erano ricerche generiche, inoffensive, ma pensiamo ad altri casi, come il numero 11574916 che aveva cercato informazioni a proposito di “cocaina nelle urine” o al numero 59920 con “quale aspetto assume il collo di una persona che viene strangolata” o al numero 12569 con “come fabbricare una bomba”. Potrebbero (si spera) trattarsi di ricerche fatte per curiosità, in buona fede insomma, ma il pericolo è quello di trovarsi un giorno a dover dar conto della propria attività on-line. Pensiamo alla quantità d’informazione che ogni giorno riversiamo su servizi come Google, Microsoft MSN, Yahoo!, informazioni che a detta dei gestori sono anonimizzate (come del resto fece anche AOL), un giorno queste informazioni potrebbero in qualche modo essere a disposizioni di tutti. Le leggi sulla privacy e i sistemi di protezione, potrebbero non bastare. Non si tratta di un futuro apocalittico, il presente offre una larga casistica di violazioni della propria privacy. Pensiamo ad un recente fatto di cronaca, il 17 settembre 2008, le caselle di posta su Yahoo di Sarah Palin, la candidata repubblicana alla vicepresidenza degli Stati Uniti, sono state violate da un intruso e il loro contenuto è stato pubblicato su Internet . I sospetti sull'identità dell'intruso, si sono concentrati su David Kernell, studente ventenne della University of Tennessee-Knoxville e figlio di un rappresentante dei democratici del Tennessee, Mike Kernell. La prodezza di David gli è valsa l'attenzione dell'FBI visto che violare la posta di una candidata vicepresidente è questione di sicurezza nazionale. David, non ha usato strumenti da geek (letteralmente “esperto di computer”) o da hacker: ha semplicemente sfruttato la funzione “ho dimenticato la mia password” di Yahoo!. Questa funzione richiede la data di nascita e il codice di avviamento postale di residenza dell'utente e poi chiede una domanda segreta (nel caso della Palin, “il luogo dove aveva conosciuto suo marito”). Se si immettono correttamente questi dati, la password dell’account e-mail può essere recuperata. Ovviamente la data di nascita e il CAP di un personaggio molto in vista come la Palin non sono stati difficili da trovare, e anche il luogo d'incontro con il futuro marito della Palin è stato trovato con poca fatica leggendo le biografie online della candidata repubblicana. Non c'è voluto altro. Questo caso è paradigmatico sulla sicurezza della nostra privacy sul web, le informazioni sono facilmente accessibili, le protezioni facilmente aggirabili, il più delle volte non serve nemmeno essere dei geni del computer, la domanda quindi diventa: se il progresso tecnologico renderà tali operazioni più semplici di quanto non lo siano già oggi, con tutte le informazioni che oggi siamo costretti ma anche disponibili a condividere sul web, con cosa ci troveremo a fare i conti nel prossimo futuro?


Capitolo 3. La “Remixability” e il copyleft

La Remixability nasce dalla volontà dell’utente e degli sviluppatori di poter utilizzare e condividere le informazioni per poi ricomporle, elaborarle e modificarle dando vita a nuovi concetti ed idee. Tale filosofia presuppone l’abbandono delle licenze basate sul copyright a favore di licenze basate sul copyleft. Il copyleft infatti individua un modello alternativo di gestione dei diritti d'autore basato su un sistema di licenze attraverso le quali l'autore, indica ai fruitori dell'opera che essa può essere utilizzata, diffusa e spesso anche modificata liberamente, nel rispetto di alcune condizioni essenziali decise dal detentore dei diritti. Nella versione pura e originaria del copyleft, la condizione principale obbliga i fruitori dell'opera a rilasciare eventuali modifiche apportate all'opera a loro volta sotto lo stesso regime giuridico, in questo modo il regime di copyleft e tutto l'insieme di libertà da esso derivanti sono sempre garantiti. Attraverso questa modalità le licenze di copyleft vengono intese come “licenze virali”, perché appunto obbligano gli autori di opere derivate a distribuire le proprie opere secondo le stesse modalità. Esempi di licenze copyleft sono le Creative Commons.
La Creative Commons è un'organizzazione non-profit nata ufficialmente nel 2001 per volere di Lawrence Lessig, dedita all'espansione delle opere di creatività disponibili per la condivisione e l'utilizzo da parte di altri. L’obiettivo finale è quello di fornire la possibilità di poter realizzare opere - com'è sempre avvenuto prima che si abusasse della legge sul copyright - a partire dal lavoro di altri nel pieno rispetto delle leggi esistenti. Le licenze di tipo Creative Commons permettono a quanti detengono dei diritti d’autore di trasmettere alcuni di questi diritti al pubblico e di conservarne altri, per mezzo di una varietà di schemi di licenze. Le licenze Creative Commons si basano sulle seguenti quattro clausole:
1) Attribuzione. Permette che altri copino, distribuiscano, mostrino ed eseguano copie dell'opera e dei lavori derivati da questa a patto che vengano mantenute le indicazioni di chi è l'autore dell'opera.
2) Non commerciale. Permette che altri copino, distribuiscano, mostrino ed eseguano copie dell'opera e dei lavori derivati da questa solo per scopi di natura non commerciale.
3) Non opere derivate. Permette che altri copino, distribuiscano, mostrino ed eseguano soltanto copie identiche dell'opera; non sono ammessi lavori che derivano dall'opera o basati su di essa.
4) Condividi allo stesso modo. Permette che altri distribuiscano lavori derivati dall'opera solo con una licenza identica a quella concessa con l'opera originale.
Dalla combinazione di queste quattro clausole nascono le sei licenze attualmente disponibili: attribuzione; attribuzione, non commerciale; attribuzione, non opere derivate; attribuzione, condividi allo stesso modo; attribuzione, non commerciale, non opere derivate; attribuzione, non commerciale, condividi allo stesso modo. L'intenzione è quella di evitare i problemi che le attuali leggi sul copyright creano per la diffusione e la condivisione delle informazioni. Infatti le leggi a tutela del copyright con le continue proroghe dei termini entro il quale un opera diventa pubblica, impedisce di fatto la possibilità che tali opere diventino in tempi ragionevoli di dominio pubblico.
L’idea alla base dei movimenti di copyleft come Creative Commons partono quindi da presupposti largamente condivisi e largamente condivisibili. Sembra tutto molto bello, ed in larga misura lo è, ma il sospetto è che quello messo in piedi dai movimenti pro-copyleft sia prima di tutto una grande produzione creativa organizzata, da cui attingere senza dover pagare diritti d'autore di sorta, dove le imprese al massimo ci mettono solo un supporto (tanto basta al commercio del digitale) e gli utenti dal canto loro mettono la creatività, il lavoro, il tempo e in fine anche i soldi acquistando dalle imprese qualcosa distribuito come libero altrove. In poche parole, il pericolo è che il mondo del copyleft si trasformi in uno sterminato bacino di manovalanza a costo zero.

 

3.1 Le Creative Commons e i limiti della “cultura libera”

Per capire i limiti del copyleft, basta prendere ad esempio un caso concreto. La Mozilla Foundation, creatrice e sviluppatrice di Firefox e di altri gioielli free software, realizzati anche grazie al contributo di migliaia di programmatori volontari sotto l’ala rassicurante del movimento pro-copyleft, il 4 Ottobre 2005 ha annunciato di aver creato una consociata la Mozilla Corporation, in forma di corporate (l'equivalente di una SPA italiana), per gestire le attività redditizie della fondazione. Trovare soldi, questo sembra essere l'imperativo della neonata Mozilla Corporation, anche se, assicurano quelli di Mozilla, l'interesse primario è usare questo denaro per sostenere lo sviluppo di Firefox e degli altri prodotti. Secondo Tristan Nitot, portavoce di Mozilla, "la gestione di questo denaro è più semplice attraverso un soggetto giuridico convenzionale, soggetto a tassazione, […] non è un cambiamento drastico, solo ha più senso avere un'entità commerciale, piuttosto che una fondazione pubblica, per fare contratti. Per ora, il solo azionista sarà la fondazione Mozilla" (www.zeusnews.it?ar=stampa&cod=4276). Nessuno stravolgimento quindi, non ci sono in progetto servizi a pagamento per l'utente, lo sviluppo rimarrà tale e quale, le azioni non saranno messe in vendita e non cambierà sostanzialmente nemmeno il consiglio di amministrazione. Ma se tutto rimane esattamente come prima, perché tutto questo affanno? Perchè questo tono forzatamente rassicurante dei responsabili? L'ipotesi è che qualcuno in Mozilla stia pensando che è ora di far fruttare il più grande successo numerico del mondo free software, senza preoccuparsi di snaturare le sue basi etiche. Trasformare uno dei più riusciti progetti open source, come è stato appunto Mozilla, in una corporation potrebbe penalizzare vistosamente i migliaia di sviluppatori che nel corso degli anni hanno apportato il loro contributo proprio in virtù della natura open del progetto. Questi sviluppatori sono tutelati? Difficile dirlo, l’impressione è che semplicemente ci si stia appropriando del loro lavoro tagliandoli fuori.
Il deux ex machina della sterzata commerciale della Mozilla Foundation è l’icona del free software, e di molti dei progetti ad esso collegati (Creative Commons comprese), Joichi Ito. Vale la pena spendere alcune parole su Joichi Ito. Ito, si trova a gestire direttamente alcuni dei più importanti progetti open attualmente esistenti e nel contempo è a capo di gigantesche società leader nel mondo dell'information technology (e non solo). Infatti, accanto alla gestione di progetti come Creative Commons, Open Source Initiative (associazione che promuove il software open source), Mozilla, Technorati (motore di ricerca dedicato ai blog), MetaBrainz (collegata al progetto Last.fm), Ito gestisce direttamente o è direttamente implicato in società quali la Neoteny (tra le altre cose finanziatrice di Movable Type, Typepad, e Livejournal, tutte note piattaforme di blogging) e la 3dSolve (quest'ultima implicata nello sviluppo di un software di simulazione militare il cui appalto si aggira intorno ai 6 miliardi di dollari). Quello messo in piedi da Ito sembra essere un monopolio trasversale che coinvolge tutti i nodi cruciali della rete, software, blog, licenze, musica, browser e se tutto questo ancora non dovesse bastare a dubitare del sistema, sappiate che nel consiglio d’amministrazione dell'Internet Corporation For Assigned Names and Numbers, l'ente che assegna i nomi e gli indirizzi IP ai siti web del pianeta (praticamente l’ente più importante della rete), c'è sempre lui, Joichi Ito .
Certo, non si può criticare un movimento complesso, come è quello dell’Open Sources o delle Creative Commons, attraverso i comportamenti di uno dei suoi alfieri, ma la sua presenza costante ai vertici di un mondo che si autoproclama libero non può non allarmare. Oltretutto bisogna considerare che gran parte dei dirigenti ai vertici di queste organizzazioni, al pari di Ito, sono legati ad altrettante multinazionali , non ultima la Microsoft la cui storia è ricca di grandi e piccoli furti al mondo open sources. Ovviamente è fuorviante criticare un modello sulla base del comportamento sociale di alcuni dei suoi promotori o sulla base delle proprie attività individuali, ma è comunque sufficiente ad accendere un campanello d’allarme.
Il problema di fondo è che se da una parte una massa d’utenti produce contenuti distribuendoli in maniera aperta e gratuita, dall’altra una cerchia d’aziende genera profitto attraverso di essi. In tutto questo processo chi paga i costi più alti sono i professionisti dei contenuti, le cui carriere sono messe in pericolo dagli amatori a “costo zero”. Secondo Lovink:

“Se l'amatore, che guadagna grazie ad una seconda professione, pensa di voler contribuire e condividere le sue produzioni gratuitamente, allora va bene. Ma in questo momento mi sembra più che altro che la schiera di dilettanti sta bloccando le carriere di intere generazioni di giovani professionisti. In questo modo la ricchezza dei saperi dei professionisti è messa a dura prova e rischia di scomparire […]. Le reti libere dovrebbero prendersi più sul serio riguardo queste implicazioni. Il primo passaggio in questo senso potrebbe essere di indagare criticamente <<l’ideologia delle economie free>>. […] Abbiamo bisogno di far circolare del denaro in modo che possa fluire in quei circuiti che hanno assunto l'obiettivo di costruire gli strumenti del futuro.”

Da questa prospettiva, il “nuovo e scintillante web 2.0”, ripropone in modo quasi identico il modello economico precedente alla bolla speculativa della new economy: pochi soggetti controlleranno le infrastrutture e si arricchiranno grazie ad i soggetti che cedono gratuitamente contenuti. Bisognerebbe fare molta più attenzione alle licenze sotto cui Myspace, Youtube o qualsiasi altra piattaforma di social networking permettono di pubblicare contenuti. Infatti, secondo Lovink:

“[…] i media sociali hanno l'esigenza vitale di sviluppare la propria economia. Regalare i propri contenuti dovrebbe essere un atto generoso e volontario, non l'unica opzione disponibile. Invece di celebrare il dilettante dovremmo sviluppare una cultura di Internet che aiuti i dilettanti a diventare professionisti […]” (Lovink 2008)

Molti dei servizi che permettono di condividere contenuti sono gratuiti solo perché allo stesso tempo prendono in cambio alcuni diritti sui contenuti. In un articolo il giornalista e analista Robert Cringely, prende in esame la pubblicazione di contenuti rilasciati sotto licenze Creative Commons presso siti di social networking come YouTube. Analizzando le condizioni di uso del servizio, Cringely rileva che pubblicare un video su YouTube significa dare a YouTube la possibilità di sfruttare tale contenuto anche a fini commerciali, ovviamente senza dover corrispondere nulla al suo autore .
Lo stesso Lessig, fondatore della Creative Commons, definisce ridicoli i termini d'uso di servizi come YouTube: “accettare queste condizioni significa ignorare le devastanti conseguenze che ne possono derivare, ma milioni di persone l'hanno già fatto, perché le condizioni d'uso vengono lette raramente e spesso sono complesse da leggere e capire” .
Molte delle motivazioni che spingono milioni di utenti a produrre contenuti o software open pro bono, sono motivazioni di tipo sociale, come il riconoscimento della qualità del proprio lavoro, o di tipo egocentrico, come la soddisfazione personale. In tutto questo, i promotori del copyleft, secondo Lovink (2008, p. 9), “evitano sistematicamente di discutere il loro modello economico” per la semplice ragione che i modelli adottati, abbandonata la strada del copyright, non prevedono soluzioni alternative remunerative. Così ci ritroviamo con “un’ideologia che accontenta milioni di persone mistificando il fatto che i suoi promotori, in qualche punto della catena intascano i soldi” (ibidem), c’è bisogno quindi di nuovi modelli economici che sostengano i dilettanti più ambiziosi, o meglio quelli che puntano a vivere con i prodotti del proprio lavoro, e che li trasformi in professionisti, rendendo il web “un terreno fertile di prosperità economica e non un’occupazione notturna” (ibidem) e non un bacino di contenuti a cui le aziende possono attingere a piene mani a costo “zero”.

 

3.2 “Open Sources” Versus “Closed Sources”

L'Open Source non è altro che un software il cui sorgente è aperto. Il sorgente non è altro che codice di programmazione che sta alla base di ogni programma e che in sostanza ne determina il funzionamento. Da qui a pensare come possa essere semplice poter modificare un programma avendo il suo codice sorgente a disposizione il passo è breve. Il Closed Source, come dice la parola stessa, è invece un software il cui codice sorgente è chiuso. Quindi nessuno può vederlo e teoricamente nessuno sa come funziona il programma se non per gli output che genera.
Il motivo di rilasciare programmi con codice chiuso è dovuto semplicemente alla volontà di proteggere il codice, una sorta di forma estrema di preservazione dei diritti di ingegno. Questo però non vuol dire che un programma a codice aperto sia per forza di cose privo di licenze o di pubblico dominio, anzi, solitamente tale tipologia di software viene rilasciato sotto licenza GNU GPL (scritta nel 1989 da Richard Stallman e Eben Moglen) che sancisce obblighi e doveri dei fruitori e degli sviluppatori
Ma cosa differenzia quindi un programma con codice aperto con uno a codice chiuso?
La differenza macroscopica per eccellenza sta nell’accesso al codice. Con il codice a disposizione di chiunque, si fornisce a chiunque la possibilità di poterlo leggere e quindi modificarlo nelle maniere più personali e creative, senza il codice aperto non è possibile modificare niente, visto che gli unici dati in possesso sul funzionamento interno del software sono gli output che esso restituisce.
Secondo i promotori del codice libero, il l’Open Sources sarebbe migliore del software proprietario (quindi closed sources) per la semplice ragione che attraverso l’interazione di migliaia di programmatori volontari ogni bug (cioè ogni errore di programmazione) sarebbe rivelato e corretto. Quindi anche per l’open sources, secondo i suoi promotori, la “saggezza delle folle” arriverebbe a risultati migliori o comunque equiparabili a quelli prodotti dai professionisti, con tutta un ulteriore serie di vantaggi. Infatti, dal punto di vista dei promotori dell’open sources esistono, sostanzialmente, quattro vantaggi rispetto all’uso di closed sources. Il primo è quello economico, infatti l’open sources generalmente viene distribuito a costo “zero” o comunque a costi irrisori o comunque altamente concorrenziali (rispetto ai prodotti closed). Il secondo vantaggio è legato alla sicurezza, avendo il codice a disposizione ci si può assicurare sulla natura benevola dello stesso, cioè che non contenga ad esempio funzioni spia (spyware) per rivelare l’uso che l’utente fa del software o al peggio per rubare dati privati. Il terzo vantaggio è la personalizzazione, essendo il codice predisposto alla modifica ogni utente può personalizzare il software in base a propri gusti. Il quarto vantaggio è la disponibilità, il software open sources essendo liberamente scaricabile dalla rete è - a differenza di quello closed - sempre disponibile.
Tuttavia bisogna ridimensionare la portata di alcuni di questi vantaggi. Innanzi tutto il vantaggio della personalizzazione è strettamente legato alle attitudini dell’utente finale che potrà sfruttare tale proprietà solo sé in grado di leggere, capire e ri-programmare il software. La mancanza di tale attitudine pregiudica anche il vantaggio legato alla sicurezza, nel caso in cui l’utente non sia in grado di interpretare il codice difficilmente sarà in grado di rivelare funzioni malevole del software. In più la natura aperta del codice permetterebbe a chiunque abbia le capacità necessarie di introdurre funzioni malevole e di ridistribuirlo, e volendo essere pignoli la stessa natura aperta del codice permetterebbe a chiunque di conoscere difetti e bachi da poter sfruttare per attacchi mirati. Ovviamente la possibile mancanza di sicurezza si ha anche con il closed sources e Windows ne è un esempio paradigmatico, tuttavia nel caso del closed sources data la natura commerciale dello stesso si presuppone una presa di responsabilità e quindi il risarcimento in caso di danni, cosa difficilmente prevista dai software Open Sources e con questo anche il vantaggio dell’economicità va ridimensionato. Mentre il vantaggio della disponibilità è sicuramente indubbio, ma comunque da ridimensionare visto che ormai anche i software closed hanno adottato soluzioni d’acquisto e di distribuzione altrettanto celeri ed economiche (come versioni limitate gratuite o di prova su base mensile). Ovviamente la disponibilità ha anche a che vedere con la possibilità di fruire di un software magari per un operazione che non verrà più replicata. Quindi non avrebbe senso acquistare un software che magari sia usato una sola volta ed è forse qui il grande vantaggio dell’open sources, cioè nella disponibilità di applicativi generici per usi sporadici. Ma quando si ha bisogno di un software complesso che dia garanzie di sicurezza e stabilità affidarsi all’open è un rischio tutt’altro che da sottovalutare. Del resto questo è uno dei motivi se il software open è ancora rilegato ad ambiti industriali prettamente di nicchia - anche se ci sono state delle adozioni nell’ambito della pubblica amministrazione, in particolare per ridurre le spese di bilancio - cioè in particolare viene usato solo laddove gli utilizzatori sono in grado di leggere ed interpretare il codice sorgente, o dove ci sia una terza società a farsi carico delle responsabilità. Quello legato alla sicurezza è l’ambito di maggior rischio per l’adozione di software open sources. Secondo i promotori dell’open sources, il software open sarebbe molto più sicuro del closed, eppure non poche ricerche dicono il contrario. Una recente ricerca della Fortify ha portato a conclusioni poco incoraggianti per il mondo open: “le comunità di sviluppo open source devono ancora adottare un processo di sviluppo sicuro, spesso non si curano delle vulnerabilità.” . Le imprese, ha commentato Jacob West, a capo del gruppo di ricerca di Fortify, “devono trattare l'open source proprio come un software sviluppato internamente o dato in sviluppo a terze parti in outsourcing, ovvero devono farlo passare attraverso i propri processi interni di sicurezza, compiendo attività come determinazione del rischio e revisione del codice” . Fortify riporta anche i commenti di altri analisti, come Jennifer Bayuk CEO di Bear Stearns, secondo cui "la maggior parte delle comunità open source non seguono standard di controllo di livello industriale. Esiste un costo nascosto per le imprese nel ricorrere all'open source perché devono testare e patchare i bug di sicurezza che si trovano dinanzi all'improvviso" .
Il problema vero, dunque, starebbe più che altro nell'approccio dell’open sources al software, un approccio notoriamente deficitario per quanto riguarda l’anali della vulnerabilità. Il mito secondo il quale la “saggezza delle folle” sia in grado di scovare ogni bug, ha ampiamente dimostrato i suoi limiti, ed in ogni caso il fatto che ci siano tanti che possano fare una revisione di sicurezza di codice open, non è assolutamente equivalente a dire che tanti facciano davvero tale revisione e altrettanti siano in grado di farla bene. Del resto anche Linus Torvalds, icona immortale del movimento open, in un’ormai famosa battuta disse: “Un infinito numero di scimmie […] non produrrà mai un buon programma.”


Capitolo 4. La “User-Generated Content”

La dizione “User-Generated Content” (ovvero “contenuto generato dagli utenti”) è nata all’incirca nel 2005 negli ambienti del web publishing e dei new media per indicare il materiale disponibile sul web prodotto da utenti invece che da società specializzate. Essa è uno dei sintomi della democratizzazione della produzione di contenuti multimediali reso possibile dalla diffusione di soluzioni hardware e software semplici ed a basso costo.
Alcuni esempi di siti web che si basano su questa filosofia sono Flickr, YouTube, Second Life e Wikipedia. Tutti questi siti si basano su un assunto: creare il contenitore e lasciare agli utenti il ruolo di riempirlo. Gli utenti dal canto loro sembrano essere ben felici di farlo, infatti l’internauta, fin dalle origini della rete, ha sempre desiderato mostrare agli altri foto, video e musica autoprodotti, ha sempre agognato un luogo in cui avere la possibilità di diventare il protagonista, di acquisire fama seppur in un contesto virtuale, quindi in larga misura la “User-Generated Content” è un fenomeno, il cui sviluppo, ha seguito di pari passo quello della rete. Ma se in passato la possibilità di condividere e creare contenuti era subordinata ad un insieme di attitudini necessarie per concretizzarne la volontà (in primis la conoscenza per creare un sito web), oggi tutto ciò è diventato inesorabilmente più semplice. Infatti l’esplosione del fenomeno lo si deve in larga misura alla realizzazione di applicazioni web oriented che semplificano il processo di pubblicazione e di condivisione dei contenuti generati dall’utente.
Tuttavia, la democrazia che sta dietro al concetto di “User-Generated Content” porta con sé un problema da non sottovalutare, e cioè il controllo del contenuto. Infatti, la possibilità data a chiunque di pubblicare qualsiasi cosa, rischia di trasformare la “democrazia” insita in tale processo, in “anarchia”. Il risultato ultimo è che molte di questi contenitori di UGC perdono letteralmente il controllo della propria piattaforma, vanificando ogni tentativo di rimanere nei confini legislativi del “concesso”. In più, i network basati sull’UGC sono, nolenti o dolenti, costretti ad offrire i propri servizi gratuitamente in quanto cedendo l’onere della produzione dei contenuti all’unte e difficile – del resto sarebbe un controsenso - chiedergli anche di pagare un corrispettivo per la fruizione dei servizi. Questa dinamica porta con se un problema e cioè la ricerca di un modello di business da parte di questi network.

4.1. l’UGC e il controllo del contenuto

I siti web basati sui contenuti generati dagli utenti devono il loro successo essenzialmente all'anarchia assoluta che vige su di essi. Grazie infatti alla totale anarchia, chiunque ha l’opportunità di inviare qualsiasi cosa, senza regole e senza controlli. Il che ovviamente fa emergere da una parte piccole perle di creatività, dall'altra contenuti improponibili (blasfemi, violenti etc.). Tra i due estremi, ci sono contenuti piratati dalla tv, video personali destinati ad una cerchia ristretta di amici, spazzatura varia e, dulcis in fundo, contenuti istituzionali prodotti da aziende o enti. Filtri digitali e moderazione umana fin ora sono riusciti solo a scalfire il problema, del resto quando siti come YouTube o MySpace annoverano milioni di visite al giorno, tentare di controllare la mole di dati prodotta è praticamente impossibile. Un caso paradigmatico è quello avvenuto il 1 Maggio 2007 sul servizio di social bookmarking Digg. Nell’home page di Digg apparve un articolo, segnalato da un utente, contenente la chiave di codifica per decriptare gli HD-DVD della Sony. Il possesso della suddetta chiave (una serie di diciotto lettere e numeri) permetteva di aggirare le protezioni anti pirateria presenti sugli HD-DVD, rendendo di fatto inutili gli sforzi della Sony che aveva lanciato il nuovo formato video come soluzione definitiva al problema della pirateria. Ovviamente la presenza dell’articolo su Digg destò enormi preoccupazioni nei vertici della Sony che notificò al servizio di social bookmarking l’immediata rimozione dell’articolo attraverso una “cease and desist” (un ordine di cessazione dell’attività in corso). Kevin Rose (il creatore di Digg) obbedì alla notifica in questione censurando l’articolo, ma nel giro di poche ore l’enorme numero di utenti del sito si ribellò diffondendo solo articoli in cui era segnalata la chiave, rendendo quindi impossibile ogni altro tentativo di censura. Poco dopo il creatore di Digg si arrese all’evidenza:

“[…]ora, dopo aver visto centinaia di storie e letto migliaia di commenti, abbiamo capito. Voi preferireste vedere Digg morire combattendo, piuttosto che inchinarsi ad una grande compagnia. Noi vi ascoltiamo, e da ora non elimineremo più le storie e i commenti che contengono il codice e prenderemo la responsabilità di ogni conseguenza. Se perderemo, allora al diavolo, almeno siamo morti provando.” (blog.digg.com/?p=74)

Ma non finisce qui. L’utenza, per ovviare al pericolo che Sony intervenisse contro Digg, iniziò una vera è propria campagna che coinvolse in toto gli altri siti basati sull’UGC per propagare la chiave ovunque, rendendo di fatto impossibile ogni ulteriore tentativo d’intervento. Così dai post sui blog, alle foto su Flickr che ritraevano la chiave nei contesti più disparati, ai video su YouTube (c’è anche chi arrivo a farne una canzone), la chiave di codifica era diventata ormai di dominio pubblico .
Quello di Digg è uno dei casi più eloquenti della totale libertà degli utenti di pubblicare sul web qualsiasi cosa, rimanendo virtualmente impuniti. La Sony di fatto non intervenì, del resto sarebbe stato impossibile pensare di avviare un’azione legale contro migliaia, se non milioni di utenti o contro migliaia di siti web. Eppure oggi, verso l’UGC c’è un diffuso senso di fiducia. Riportare una nota di Wikipedia come “fonte ufficiale”, comprare un prodotto in virtù di un feedback positivo su Ciao.it, costruire l’itinerario delle proprie vacanze in base alle esperienze di altri viaggiatori lette su Expedia.it, sono tutti comportamenti ormai standardizzati.
David Weinberger in “Arcipelago web” si chiede come mai siamo così disposti a fidarci dei contenuti generati dagli utenti, o meglio, come mai ci fidiamo così tanto di alcuni perfetti sconosciuti e così poco dei nostri vicini di casa. Secondo Weinberger si tratta di una fiducia infondata, chi scrive “sono delle autorità prive di titoli ufficiali” (Weinberger 2002). Anche nella realtà siamo costretti a valutare e pesare le opinioni altrui, a decidere se possiamo fidarci o meno:

“Abbiamo un’abilità innata non indifferente nel trattare e valutare i metadati (le informazioni sulle informazioni): dobbiamo possederla, perché siamo circondati da una ridondanza di informazioni. […] Sono millenni che siamo abituati a catalogare e valutare affermazioni e idee, e ce la caviamo piuttosto bene, anche se non possediamo una procedura o una metodologia standard” (ivi, p. 177)

Quello che distingue essenzialmente il cyberspazio dalla realtà è la diversità dei metadati a disposizione, informazioni secondo Weinberger fondamentali per la corretta valutazione delle opinioni altrui:

“[…] l’ascolto selettivo funziona al meglio in un ambiente dove si accavallino confusamente i metadati.” (ivi, p. 178)

Metadati come il tono della voce, le espressioni del volto, il gesticolare ed il linguaggio del corpo in generale, sono fondamentali nel processo di valutazione. Nel cyberspazio ovviamente queste sono informazioni di cui non disponiamo anche se il cyberspazio, secondo Weinberger, offre comunque dei propri metadati, “lo stile di una frase scritta, la forma grafica di un pulsante sul video” (ibidem) il problema è che forse, al contrario dei metadati reali a cui abbiamo dedicato millenni per la corretta interpretazione, per quelli virtuali siamo ancora troppo poco maturi. Nel web è troppo semplice spacciarsi per un esperto, è troppo facile farla franca per aver dato consigli sbagliati:

“Costoro non hanno alcuna legittimazione per dire quello che dicono, o almeno nessuna legittimazione evidente a noi lettori: non sappiamo se possiedono una qualche abilitazione ufficiale, se hanno una laurea e quale, se hanno ricevuto riconoscimenti prestigiosi nel loro settore” (ivi, p. 182)

Romano, ad esempio, segnala che “nel 2003 un problema tecnico del software di Amazon rivelò all’esterno che dietro gli innocenti pseudonimi di parecchi lettori che lodavano o stroncavano libri si celavano gli scrittori stessi, che promuovevano le loro opere o deprimevano quelle dei concorrenti” (Romano 2004, p. 136). Dal nostro punto di vista, non è possibile sapere di un utente più di quanto esso stesso ci dica sul suo conto. Molte aziende hanno fiutato l’affare UGC, la nuova frontiera della promozione è sfruttare i sistemi basati sui contenuti generati dagli utenti per forme di autopromozione celata, oltretutto gratuita, ad esempio attraverso i cosiddetti fakelog. I fakelog (contrazione di fake e blog, letteralmente “blog fasulli”) sono una forma di marketing virale, basata sull’uso di un Pr (un esperto di pubbliche relazioni) o di un’agenzia pubblicitaria per cercare di generare interesse intorno ad un prodotto tramite un blog all’apparenza gestito da una persona comune. Più comunemente, piuttosto che lanciare un nuovo blog e portarlo alla ribalta del successo, si sfruttano servizi basati sull’UGC già affermati e quindi fin dall’inizio più visibili ed influenti. L’allarme venne lanciato da Wired nel novembre del 2005, in relazione all’uso che enti ed aziende facevano di Wikipedia . In particolare venne rilevato come sistematicamente enti governativi o aziende di spicco modificassero determinate voci per eliminare informazioni scomode o per aggiungerne altre di favore ma non veritiere. Così tra impiegati CIA che modificano la voce dedicata al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, IP-Address (un indirizzo univoco per identificare un computer sulla rete) riconducibili alla Santa Sede che censurano l'articolo del leader cattolico nord-irlandese Gerry Adams, la lista è lunga e con nomi eccellenti. Il fenomeno è talmente diffuso che uno studente del California Institute of Technology, Virgil Griffith, ha realizzato un sito in grado di monitorare le modifiche effettuate su Wikipedia e di scovare attraverso gli IP-Address chi abbia prodotto tale modifica. Così basta andare su wikiscanner.virgil.gr, scrivere il nome di una società oppure di una voce, per sapere chi ha fatto cosa su Wikipedia. Così è possibile scoprire, ad esempio, che qualcuno della Diebold, la società che fornì le macchine per il voto elettronico alle controverse elezioni USA del 2000, nell'Ottobre del 2005 ha rimosso i paragrafi su Walden O'Dell, dirigente della compagnia, in cui si rivelava che aveva lavorato per raccogliere fondi per George Bush .
Un’altra attività diffusa è quella di sfruttare i power user (gli utenti più attivi di una determinata comunità on-line) come opinion leader, per veicolare opinioni favorevoli verso un determinato prodotto, ovviamente dietro compenso. Ad esempio si è già parlato (p. 16) del caso Netscape, dove Jason Calacanis (general manager di Netscape) si è rivolto pubblicamente ai 50 power user dei principali siti di notizie e di bookmarking sociale promettendo loro una somma di 1000 $ mensili in cambio dei loro diritti di social bookmarking .
Fin ora, in questo paragrafo, si è fatto solo un breve accenno al cosiddetto “lato oscuro della rete”, cioè a quella parte di contenuti inopportuni (blasfemi, violenti, razzisti e via dicendo). Il problema è più volte risaltato agli onori della cronaca ed è sostanzialmente un problema con cui la rete convive fin dalle sue origini. Il fatto nuovo sta nella reperibilità e nella facilità di condivisione di tali contenuti, infatti se prima reperire e condividere richiedevano conoscenze del tipo “dove reperire e come condividere”, ora il tutto è estremamente semplificato o meglio “a portata di click”. L’assenza di controllo viene spesso giustificata con l’impossibilità tecnica di controllare quantità così ingenti di dati. La verità, forse, è che questa tipologia di contenuti è merce che si vende bene, si tratta di istinti primordiali, crudi, che fanno parte della mente umana: perciò attraggono. Alcuni direbbero: esiste il mouse, si può usare e cambiare pagina se si ritiene dannoso o non piacevole ciò che si vede o si legge. Vero, però il rischio è che la facilità di reperire e condividere questi tipi di contenuti rischia di incentivare un modello negativo da emulare. Dalla violenza rappresentata nella sua crudezza si può, talora, arrivare anche a forme di voyeurismo, arrivando alla metabolizzazione e normalizzazione della violenza stessa, un’anestesia nell’elaborazione del dolore, con conseguenze gravi per le menti fragili, con la possibile spinta all’emulazione. Decine di migliaia di siti ad esempio, cantano le gesta dei due assassini della Columbine High School, sotto insegne come “Subgenius Church”, “Memory of the Trenchcoat Mafia”, “Rev. Jihad Frenzy”. E un tam tam di voci, messaggi semi-criptati, attestati di simpatia. Il fenomeno va tutt’altro che sottovalutano. A Dutchtown, un sobborgo di Baton Rouge, Chris Levins 17 anni e Adam Sinclair 19, sono stati arrestati con l’accusa di aver progettato di fare la stessa cosa nel liceo Prairieville. I materiali d'indagine che il procuratore generale Ken Salazar ha appena messo a disposizione, la dicono lunga sull’effetto emulazione: armi, bossoli, un video che raccoglie i filmini prodotti da Eric Eric Harris e Dylan Klebold, altri video con prove di tiro a segno contro un birillo e proclami in cui si accenna al riscatto dei perseguitati . In tutto e per tutto nello stile di Eric Harris e Dylan Klebold. Come dire che Chris e Adam, i loro emuli laggiù a Dutchtown, sono solo il promontorio di un enorme continente.

 

4.2 La bolla delle dot.com e il caso di boo.com

In questo paragrafo sarà analizzata la prima crisi economica che ha colpito il web, ovvero lo scoppio della bolla delle dot.com. Sebbene tale crisi ha poco a che vedere con il “Web 2.0” in quanto è avvenuta molto prima che quelli dell’O’Reilly Media ne ipotizzassero l’esistenza, la trattazione dell’argomento è esemplificativa di come il “Web 2.0” stia riproponendo, grossomodo, gli stessi modelli fallimentari di business con il rischio di andare incontro ad una nuova crisi del settore.
E’ difficile dire con esattezza a quando risale la nascita della net-economy, molti sono concordi con il fissarne la data di nascita al 9 agosto 1995, quando cioè Netscape fece la sua comparsa in borsa con un OPS (offerta pubblica di sottoscrizione) per ottenere nuovi capitali. Le azioni, partite da un valore di 14 dollari chiusero, data l’elevata richiesta, a 28 dollari per cinque milioni di azioni offerte. All’apertura delle contrattazioni sui mercati azionari il prezzo delle azioni arrivò a 71 dollari e il valore di mercato di Netscape arrivò a 355’000'000 $. Il successo di Netscape rese chiaro che internet era il mercato del futuro e anche Bill Gates, dopo averla snobbata per lungo tempo, decise di tuffarsi nel business delle rete cercando di colmare il gap acquisito con una serie impressionante di IPO (Initial Public Offering) per varie società dot-com che entrarono nei mercati finanziari sull’onda del successo Netscape.
La bolla della new-economy era iniziata e si basava su una semplice idea: si lancia un’idea basata sull’impiego di una tecnologia e si attingono capitali per sostenere lo start-up d’impresa. DopodichéiIl passo successivo è l’entrata in borsa attraverso l’IPO, che porta a nuovi capitali per lo sviluppo dei prodotti nonché alla creazione di valore per gli azionisti. Risultato? Molte delle idee si rivelavano inadatte al mercato, l’azienda falliva e gli investitori rimanevano a bocca asciutta. Già nel marzo del 2000, dopo solo 5 anni di new-economy, l’indice Nasdaq crolla, trascinando con sé migliaia di dot.com. Con l’attentato alle Torri Gemelle avvenuto l'11 settembre 2001 e con la successiva crisi economica che colpì soprattutto le aziende della new-economy, l’euforia da internet era ormai svanita e gli old media iniziarono a parlare di “morte della rete”. L’approccio puramente finanziario della rete, l’ipervalutazione dei titoli sui mercati e i successivi introiti di queste speculazioni per gli azionisti, era fallito.
Per capire quando sia stato fallimentare il modello delle dot.com, basta prenderne un caso esemplare, cioè quello di boo.com. Boo sarebbe dovuto diventare un impero della vendita on-line di abiti sportivi e abbigliamento di lusso. Fondata da due svedesi, Ernst Malmsten e l'ex-modella Kajsa Leander, agli inizi del 1998 quando il senso di fiducia verso la new economy imperversava. Molto prima che il progetto partisse e che Boo.com avesse venduto un solo articolo, il suo valore di mercato oscillava intorno ai 390 milioni di dollari, forte di una cordata di venture capitalist formata dalla famiglia Benetton, un impresa britannica d’investimenti (la Eden Capital), dal magnate degli articoli di lusso Bernard Arnault (considerato il settimo uomo più ricco del mondo dalla classica annuale della Forbes , nonché proprietario della “Luis Vuitton”) e da un certo numero di altri venture capitalist (P. Morgan, Goldman Sachs, Bain Capital, Zouk Partners, SEDCO Capital e Millennium), per un cash totale di 130 milioni di dollari. Il sogno di Boo, dopo aver bruciato 130 milioni di dollari in promozione e sprechi di ogni genere, fallì dopo solo 6 mesi. I motivi del fallimento sono tanti e variegati. Uno dei motivi determinanti risiede nella gestione del lancio dell’azienda, infatti la Boo, piuttosto che curare la realizzazione della piattaforma e-commerce – piattaforma che non fu mai veramente completata - o piuttosto che curare lo sviluppo del sito web – un sito che faceva della banda larga un prerequisito necessario per la sua fruizione quando nel 1998 la banda larga era un fatto raro – molte delle attenzione furono dedicate alla promozione del marchio. Quella di promuovere l’immagine, piuttosto che curare la sostanza, è stato uno dei cancri della new-economy, dovuto essenzialmente alla necessità di attirare investitori piuttosto che clienti. Secondo Lovink (2004), le dot.com “volevano il raccolto senza la semina”. Così, secondo il giornalista del “Daily Telegraph” Richard Barbrook, Boo.com “fu gestita secondo le regola delle quattro C: Cocaina, Champagne, Caviale e Concorde” (Lovink 2004, p. 82). Piuttosto che curare lo sviluppo del sito, i suoi fondatori, spesero tempo, risorse e denaro nell’organizzazione di costosi ricevimenti in alberghi di lusso per promuovere l’immagine di una società che a tutti gli effetti ancora non esisteva. Del resto non capita tutti i giorni di poter spendere 130 milioni di dollari, secondo Barbrook, “ci fu da divertirsi alla grande” (ibidem). Ai primi d’agosto del 1999, Malmsten (uno dei co-fondatori di Boo.com) scopri che quasi nulla funzionava, ed ormai con le casse all’asciutto, corse ai ripari chiedendo alla cordata di venture capitalist un ennesima iniezione di denaro da 30 milioni di dollari, che fu (ovviamente) rifiutata. Dopo aver tentato anche un’IPO, poi rimandata, con pretese a dir poco assurde (assurde per una società ormai in bancarotta): le società dovevano garantire un accordo firmato con grandi fornitori come Nike o Adidas e fornire prove certe di veloci entrate finanziarie. Nel maggio del 2002, ormai agonizzante, la Boo seguì il classico carosello della chiusura fallimentare: ristrutturazione del personale, tagli, ricerca di nuovi capitali. Qualche mese dopo la Boo chiuse i battenti.
Morale, le strategie e i business plan devono fare sempre i conti con la realtà, senza mai dimenticare le regole della old economy (regole sempre in auge), prima fra tutte la gestione finanziaria. Le ragioni del fallimento del progetto sono semplici. Un sistema semi inutilizzabile di gestione del sito che richiede un accesso veloce al web, unito ad un business management povero e ad una gestione dei costi fuori controllo capace di bruciare denaro a ritmi impressionanti, tutto questo ha fatto di Boo uno dei più grandi fallimenti della storia della new-economy insieme a eToys.com (166 milioni di dollari d’investimenti persi), Kozmo.com (350 milioni di dollari d’investimenti persi) e Webvan.com (con 375 milioni di dollari d’investimenti persi) , tutte dot.com che per grandi linee hanno seguito il percorso fallimentare di Boo.com.

 

4.3. l’Economia 2.0: dalle dot.com ai dot.communist

Nonostante l’impressionante crollo della prima new-economy, oggi si sta assistendo ad una seconda giovinezza della net-economy, ma con una forte sensazione di un deja vue.
La fase della New Economy nell’era del Web 2.0 (molti amano chiamarla “Economia 2.0”), nota Formenti (2003), “vede all’opera degli imprenditori agire non più secondo criteri e parametri oggettivi (profitti, produttività, etc.) bensì in relazione a fattori immateriali, come la quantità di utenti di un dato sito (dando per scontato che il successo di pubblico si potrà tradurre, primo o poi ed in qualche modo, in profitto)”.
Per avviare un progetto imprenditoriale sul web, non sono più necessari colossali investimenti in macchinari e personale, questo perché la soglia d’ingresso è estremamente bassa se non nulla (al più è necessario un ufficio con qualche pc ed un gruppo affiatato, e magari sottopagato, di programmatori). Il web del resto sembra un mercato più adatto alle start-up che ai colossi industriali, la disponibilità di capitali considerevoli, le burocrazie aziendali, possono trasformarsi in un handicap. Le start-up, al contrario, godono di un organizzazione leggera - il che ha innumerevoli vantaggi: costi contenuti, flessibilità, rapidità di decisione - e soprattutto possono affrontare il rischio del fallimento a cuor leggero, in quanto il capitale necessario all’ingresso nel mercato è spesso irrisorio, se non nullo, e nel caso in cui siano necessari investimenti ci si affida ai venture capitalist che, da parte loro, distribuiscono i propri investimenti su più progetti nella consapevolezza che basta un solo progetto vincente per compensare le perdite provocate da tutti gli altri investimenti.
Il modello di business di gran parte di queste start-up consiste nel costruire, nel più breve tempo possibile, un ampia comunità d’utenti da vendere a inserzionisti pubblicitari e a società di marketing (felici di poter sfruttare un immenso database di dati per analizzare gusti e tendenze dell’utenza), mentre i modelli canonici di business, come ad esempio far pagare agli utenti una quota per la fruizione dei servizi, risultano nella maggior parte dei casi addirittura inapplicabili, per una serie di ragioni, prima fra tutte l’avversione dell’utenza verso questo tipo di soluzioni.
Secondo una ricerca della Forrester, l’utenza del web può essere divisa in due profili distinti: da una parte gli “explorers”, utenti appartenenti alle fasce di età giovanili, consumatori di nuove tecnologie e di servizi di rete avanzata, nonché la parte attiva della rete cioè gli utenti più propensi alla condivisione e creazione di nuovi contenuti sulle piattaforme basate sull’UGC; dall’altra gli “old technologists”, di età avanzata, consumatori di tecnologie più tradizionali (Tv, cellulari, etc), per lo più abituati a pagare per fruire dei servizi (canone televisivo, bolletta telefonica etc.). Gli explorer, il 60% dell’utenza del web, sarebbero poco propensi all’acquisto di servizi o contenuti, atteggiamento motivato dalla convinzione che la fruizione gratuita dei contenuti e dei servizi offerti dal web rappresenti un benefit in cambio del contributo che essi offrono allo sviluppo di internet con la propria attività di “utenti attivi”. Gli old technologists mentre, sembrano viceversa disponibili all’acquisto di contenuti e servizi di rete, con modalità analoghe a quelle con cui già consumano i prodotti e servizi dei vecchi media broadcast. Il problema è che la maggior parte dell’utenza dedita alla fruizione dei servizi di social network e di condivisione è decisamente a maggioranza “explorer”, cioè della fascia d’utenza non disponibile all’acquisto di servizi.
Un altro motivo del fallimento dei modelli di business canonico, può essere ritrovato in un semplice ragionamento: perché qualcuno dovrebbe esser disposto a pagare per qualcosa che può ottenere gratuitamente? L’esempio classico è quello della diatriba tra i servizi di vendita di musica legale, come I-Tunes o MusicNet, e le reti P2P (peer-to-peer). Mentre sui primi è possibile acquistare mp3 (cioè brani musicali in formato digitale) per 99 centesimi di dollaro a brano, sui secondi lo stesso prodotto lo si trova gratuitamente (seppure in modo illegale) perché messo a disposizione dagli utenti stessi che animano queste reti di file sharing (letteralmente “condivisione di file”). Queste soluzioni di vendita legale, hanno comunque ottenuto risultati incoraggianti anche se nemmeno lontanamente paragonabili ai livelli di traffico generato dalle reti P2P. Il successo delle reti P2P rispetto ai servizi di vendita di musica legale, secondo Formenti (2003) “non lo si deve solo al fatto che il secondo offre lo stesso prodotto del primo a costo zero, ma ad una serie di ragioni: primo le reti P2P offrono un catalogo da cui scegliere più ampio di quanto qualsiasi servizio legale possa mai raggiungere” - questo perché la quantità di materiale messa a disposizione dalle reti di file sharing è frutto dell’interazione di migliaia, se non milioni, di computer connessi su di esse; secondo - “i servizi di vendita di musica legale tendono ad aggiungere dei lucchetti di protezione ai file per impedire che poi questi possano essere a loro volta condivisi, si tratta di un chiaro dolo al diritto di fair use” (ibidem), cioè al diritto dell’acquirente di operare liberamente sul prodotto acquistato, e quindi un motivo in più per non acquistare.
Tornando al discorso strettamente legato con l’UGC, il problema non da poco è quello di trovare un modello economico che renda possibile la monetizzazione dei contenuti prodotti dagli utenti. Ovvero trasformare l’ideologia liberal-comunista delle applicazioni web oriented – partecipazione e contenuti generati dagli utenti – in profitto, cioè passare dal modello dot.com ad un modello dot.communist.
La soluzione più semplice, ed anche quella più adottata, è quella di utilizzare sistemi di pubblicizzazione orientati al contenuto come AdSense. AdSense è un circuito pubblicitario gestito da Google tramite il quale è possibile pubblicare annunci pubblicitari sul proprio sito web, guadagnando in base al numero di volte che gli annunci vengono visualizzati (impression) o in base ai “click” sugli stessi. AdSense è strettamente collegato con AdWords un servizio che permette la gestione degli annunci da parte degli inserzionisti. La grande intuizione di Google è stato offrire un servizio in grado di garantire agli inserzionisti che i propri annunci siano visualizzati solo su pagine web pertinenti. Uno dei primi grandi esperimenti di monetizzazione dell’UGC è stato intrapreso proprio da Google su Orkut (sempre di proprietà Google), un social network con oltre 60 milioni di iscritti molto popolare soprattutto in Brasile e negli USA. All’interno del social network sono così comparsi i primi annunci pubblicitari, ma fin da subito era chiaro che qualcosa non andava per il verso giusto. Pocanzi, abbiamo detto che uno dei fattori che ha reso AdSense un prodotto di successo è che gli annunci degli inserzionisti sono visualizzati in base alla pertinenza che hanno con il contenuto della pagina web. Così ad esempio se una pagina web tratta per lo più di automobili, con molta probabilità AdSense visualizzerà solo annunci pertinenti, come può esserlo uno prodotto ad esempio da una concessionaria. Fin qui nulla di male, anzi è un enorme passo avanti rispetto agli sprechi pubblicitari sugli old-media, dove si è costretti a puntare a target eterogenei (potenzialmente disinteressati al prodotto pubblicizzato) piuttosto che a target omogenei (potenzialmente interessate). Il problema (problema dal punto di vista degli inserzionisti) si verifica quando le inserzioni vengono visualizzati su pagine web poco o nulla pertinenti, o peggio quando vengono visualizzate su pagine web dai contenuti spiacevoli. Nel caso del social network Orkut, Google dopo solo un paio di mesi di sperimentazione, fu costretta a rivedere i suoi piani onde evitare di perdere i propri inserzionisti. Perché? Perché ad esempio alcune società produttrici di tappeti persiani si ritrovano pubblicizzate su gruppi d’utenza legate dal comune interesse per Al-Queda, oppure società come la distilleria londinese Diageo PLC, proprietaria del marchio “Johnnie Walker” (un noto super-alcolico), rischiò di fare i conti con la giustizia in quanto la pubblicità dei suoi prodotti venne visualizza su dei profili di utenti minorenni, o ancora l’inserzione di un negozio per animali domestici finì all’interno di una community dedita alla pratica dell’accoltellamento degli animali . In tutti questi casi la falsa pertinenza era data dalla frequenza di determinate parole all’interno delle pagine web. Nel caso dell’annuncio del negozio di animali finito su una community dedita all’accoltellamento degli animali, il “falso positivo” era dovuto con molta probabilità all’elevata presenza di parole legate al mondo animale, su cui probabilmente l’inserzionista aveva fatto affidamento. Morale della favola: quale azienda vorrebbe vedere il proprio marchio accanto ad un video di alcuni ragazzi che uccidono un cane indifeso per divertimento? Oppure a studenti che prendono calci un ragazzo autistico? Forse anche per questo che molti siti basati sui contenuti generati dagli utenti non sono ancora riusciti a monetizzare l’enorme traffico che hanno.
Intanto Google tramite le pagine del New York Times ha fatto sapere che riproverà l’esperimento Orkut sul suo nuovo acquisto YouTube. Da Orkut, AdSense ha sicuramente fatto passi da gigante, ma rimane comunque lontana dalla perfezione. Il problema è riassumibile in tre punti-chiave: il contenuto generato dagli utenti presuppone la presenza di una gran parte di contenuto non appropriato che sfugge al controllo; i circuiti come AdSense impediscono di fatto agli inserzionisti di sapere quale spazio pubblicitario stanno comprando ed il rischio è di vedere i propri annunci affiancati a contenuti indesiderati; il danno al marchio può essere causato anche da una sola occorrenza negativa (vedi il su citato caso della Diageo PLC), quindi non è una questione di percentuale di contenuti che sfuggono al controllo. Ovviamente quando si hanno 70.000 video caricati al giorno (YouTube) o 200 milioni di iscritti (MySpace) il controllo non è affatto semplice. Esistono due possibili soluzioni: il controllo umano e l’affinamento di algoritmi che facciano da filtro. Riguardo alla prima soluzione, c’è da considerare che nel caso di YouTube, con 70'000 video caricati al giorno, affidare la moderazione ad un team interno sarebbe una follia (si tratta pur sempre di circa 3500 ore di flusso video al giorno), non per nulla YouTube ha già da tempo affidato la moderazione all’utenza stessa, che può segnalare attraverso un apposito link posto subito sotto il video (l’etichetta testuale della versione italiana è: “contrassegna”) la presenza di materiale indesiderato, tuttavia almeno per ora il sistema si è dimostrato poco efficace in quanto l’utenza sembra essere piuttosto permissiva o comunque piuttosto disinteressata alla moderazione, quindi in ogni caso inaffidabile. La seconda strada, lo sviluppo di algoritmi dediti al filtraggio, è piuttosto complessa. Sviluppare filtri in grado di riconoscere un contenuto indesiderato da uno accettabile è allo studio, molto è stato già fatto e sicuramente i progressi tecnologici permetteranno un affinamento della tecnica, tuttavia non sembra essere una soluzione a breve termine. I filtri attualmente in dotazione a YouTube, filtri basati sulle parole chiave abbinati ai video, si sono rilevati facilmente aggirabili (basta non abbinare ai video parole compromettenti). Risultato, siti come YouTube ad oggi non sono stati in grado di trovare un sistema sostenibile per generare qualche forma di profitto. Del resto il Financial Times aveva già lanciato l'allarme, “l'investimento in blog e social network, finora, non ha generato i guadagni previsti” , il Web 2.0 (o meglio la sua filosofia) non produce abbastanza ricavi ed il rischio è che nei prossimi anni ci saranno molte ristrutturazioni nelle aziende. Secondo il noto venture capitalist Mitchell Kertzman:

“if you look at some of the valuations, you wonder what fantasy of revenues they’re based on” (ibidem)

cioè se potessimo osservare dall’interno le imprese del “Web 2.0” vedremo come molte revenue, cioè le entrate sulle quali si fondano queste aziende, siano abbastanza fantasiose. E se lo dice uno, Kertzman, che in queste imprese ci mette dei capitali, oltre a darsi automaticamente del fesso, qualcosa di vero deve pure esserci dietro. Le prime avvisaglie di crisi si ritrovano in alcuni annunci ufficiali prodotti da due popolarissimi siti. Il primo è Twitter, la piattaforma di “micro-blogging”, dove gli utenti non possono inviare messaggi più lunghi di un SMS, deve ancora trovare un modo per fare soldi e nell’attesa di trovarne uno si è messo alla ricerca di fondi privati. Il secondo è Wikipedia, dove tramite un annuncio ufficiale di Florence Devourad presidentessa della Wikimedia Foundation: “Wikipedia potrebbe chiudere i battenti nel giro di pochi mesi in quanto la logica di business basata sulle donazioni, non sta più dando i frutti sperati”. In realtà, queste sono un po’ le storie di tutti i servizi gratuiti che operano sul web. Nel passato qualcuno è effettivamente riuscito a fare molti soldi semplicemente provocando un grande numero di iscrizioni e un traffico rilevante su di un sito, ma in realtà il numero di quelli che hanno fatto veramente i soldi, si conta sulle dita di una mano, e alcuni hanno avuto successo solo perché hanno venduto a qualcun altro che ha a sua volta investito, spesso però senza guadagnare nulla (YouTube docet). A questo punto, per capire come questi siti sopravvivono al fallimento, bisogna fare un excursus.
Le opinioni su marche o prodotti hanno una grande importanza per l’analisi del comportamento di acquisto del consumatore. Ancora più importante è rilevare l’atteggiamento del potenziale cliente. Per atteggiamento si intende la predisposizione del cliente verso determinati oggetti ed è basato su di una pluralità di elementi razionali e non (quindi difficilmente rilevabili). Infine, rilevare le motivazioni che spingono all’acquisto è in assoluto l’obiettivo più difficile nelle indagini di mercato. Le motivazioni spiegano l’atteggiamento ed il comportamento dell’intervistato. Solo una piccola parte delle motivazioni, come quelle razionali, sono facilmente visibili o accessibili in quanto la maggior parte delle motivazioni è riferita ad elementi inconsci e subconsci come problemi, bisogni o alla struttura della personalità solo per citare alcuni esempi. Ottenere queste informazioni attraverso i canali di marketing canonici, come i focus group, i sondaggi, le interviste dirette, ha dei costi non irrisori e c’è sempre il rischio che le informazioni raccolte non siano veritiere.
Cosa c’entra tutto questo con i social network, l’UGC e la ricerca di un modello di business?
Ebbene, i social network, in quanto trasposizioni virtuali di persone reali, contengono allo stesso tempo proiezioni virtuali di fatti, conoscenze, opinioni, atteggiamenti e motivazioni, reali. Queste informazioni sono oltretutto ottenute gratuitamente spesso con la complicità degli utenti ben felici di concederle. Tali informazioni, cosi gratuite e cosi facili da ottenere, valgono miliardi. Questi siti possono essere visti come potenziali laboratori di psicologia, con milioni di cavie a disposizione. I social network, oltre a fornire una mappatura delle relazioni tra gli utenti, permettono di catalogare il comportamento degli stessi, generando enormi potenzialità di marketing. Non è un caso se siti come Facebook o MySpace hanno avuto capitalizzazioni milionarie. L’esempio più eclatante è quello di Facebook. Il sito, fondato da Mark Zuckerberg nel 2004 con un investimento di 500’000 dollari provenienti Peter Thiel (co-fondatore di PayPal), dopo solo un anno dal lancio ha ricevuto un’iniezione di capitali per 12 milioni di dollari proveniente dalla Accel Partners (una venture capital) e poi ancora altri 25 milioni di dollari da una cordata sempre di venture capital composta da: Greylock Partners e Meritech Capital Partners. Microsoft poi, nell’Ottobre del 2007 ha acquisito l’1.6% delle azioni di Facebook per altri 240 milioni di dollari .
A questo punto può essere interessante chiedersi: perché un sito che non vende nulla e tantomeno ha un modello di business chiaro per generare profitti ha ottenuto così tanti investimenti? La risposta a questo punto è chiara, secondo Lovink c’è una ragione se i “contenuti generati dagli utenti” sono gratuiti:

“Gli utenti non devono pagare i servizi on-line per la semplice ragione che sono spiati, e i profili di milioni di utenti vengono analizzati. Nella vastità del mondo là fuori, sorveglianza e controllo sono visti come risorse illimitate”. (Lovink 2008, p. 21)

Conclusioni

Vi ricordate di Second Life? Circa un anno fa non si parlava d’altro. Sembrava l’alba di un nuovo mondo. Sembrava che per internet stesse arrivando una seconda ondata di entusiasmo come quella della prima new-economy: investimenti miliardari, titoli sui giornali e libri a non finire.
A distanza di un anno sembra essere calato il sipario, o meglio l’hype (letteralmente “l’interesse”). La bolla è scoppiata e con se ha portato via miliardi di dollari in investimenti. Le aziende stanno abbandonando in massa la piattaforma e con esse vanno via anche le “seconde vite” di milioni di utenti. Eppure sull’onda dell’hype, Second Life sembrava il futuro del web (non mancò ovviamente chi lo definì “Web 3.0”), tutte le più grandi società possedevano immensi palazzi o intere isole e persino il leader dell’”Italia dei Valori” Antonio Di Pietro possedeva il suo isolotto personale. Ed oggi? Oggi girovagando tra i palazzi delle grandi corporation si ha l’impressione di trovarsi nell’inquietante albergo di Shining, corridoi e stanze vuote e per le strade le cose non vanno di certo meglio. Ebbene? Quella di Second Life potrebbe essere una dura lezione per il “Web 2.0”, infatti il giocattolo della Linden Lab. ha funzionato bene durante il suo hype, ma calato l’interesse gli utenti sono scappati in toto verso le ultime novità del web. La velocità con cui Second Life è diventata una sorta di “mondo perduto” la si spiega con un semplice ragionamento: la seconda vita era sì virtuale, ma i problemi erano reali. Infatti anche nella propria seconda vita serviva del denaro (vero), per ottenerlo si poteva utilizzare quello della propria prima vita oppure (come se non bastasse) trovarsi un secondo lavoro virtuale con la propria seconda vita. E’ bastato questo per riportare alla ragione migliaia di utenti.
Cosa c’entra tutto questo con il “Web 2.0”? Il “Web 2.0” fin ora è sopravvissuto grazie al suo hype, che ha portato a continue iniezioni di capitali da parte degli investitori verso le piattaforme più popolari, ma intanto nessuno sembra ancora aver capito come recuperare questi investimenti. La speranza di tutte le start-up è in un acquisizione stile YouTube-Google o MySpace-Murdoch, ma nell’attesa ci si affida ai venture capital. Intanto secondo un recente studio di Forrester Research, nei prossimi cinque anni gli investimenti delle aziende in tema di “Web 2.0” faranno segnare un balzo vigoroso: il 43% in più ogni anno, per raggiungere i 4,6 miliardi di dollari a livello globale nel 2013 . La Rete sarà invasa da migliaia di nuovi blog, widget, wiki, social network, mashup a finalità aziendale. Strumenti che avranno la funzione di mettere in contatto persone, ma in un’ottica commercialmente tutt’altro che disinteressata. Ebbene? Piuttosto che ad una rivoluzione sembra assistere ad una restaurazione, al ritorno preponderante degli interessi commerciali verso la rete. Forti investimento poco oculati e modelli di business piuttosto fantasiosi, la sensazione è quella di assistere ad un film già visto. La sensazione è che il web abbia dimenticato troppo presto le lezioni del passato (dot.com docet).
Intanto nubi sempre più scure si addensano sulla rete. Il mito di una rete incontrollabile da parte dei poteri politici è caduto a colpi di software di geo-localizzazione. I giganti buoni Google, Yahoo! e Microsoft/MSN non si sono fatti pregare troppo per aiutare i regimi, come quello cinese, a controllare la rete. Allo stesso tempo la trasparenza a tutti i costi, che ha spinto milioni di utenti a riversare nella rete terabyte di dati personali per poter giocare con gli ultimi ritrovati del social networking, rischia più che mai di ritorcesi contro l’utenza stessa e non è un mistero che uno dei nuovi campi dello sviluppo del software che sta avendo i maggiori investimenti sia quello del data-mining e dei software di sorveglianza e controllo.
Il promotori del “Web 2.0” ci avevano convito che la partecipazione pro-bono avrebbe migliorato la nostra vita, ma nel frattempo sempre più gente mette in discussione questo modello. Gli schiavi del nuovo millennio sono degli net-slaves (schiavi della rete), persone accecate dalle promesse delle rete ma alle prese con ore di fatica frustrata e con delle croniche pugnalate alle spalle che abitano i dietro le quinte di un'industria assolutamente priva di vere e proprie regole.
Benvenuti nel “Web 2.0”! non temente non ci rimarremo a lungo, il nuovo e scintillante hype del “Web 3.0” è già pronto.

Bibliografia

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